Quell’agosto di Liberazione fiorentino del 1944, come me l’ha raccontato mio padre

Firenze Liberazione 1944Circa tre anni fa ho scritto un racconto – andato poi a finire in Toscani maledetti, Piano B edizioni, a cura di Raoul Bruni – che raccontava l’Agosto 1944 attraverso gli occhi di un bambino del quartiere di Monticelli. 

Era nato dalla storia ripetuta e imperfetta di mio padre Alberto: era lui quel testimone bambino di quegli eventi terribili e di liberazione. 

Iniziava così:

Copriti, fuoco, copriti…, cantilenava bozzettato dal solleone. A vederne il garbo, in quel polverone agostano solatio, Alberto ci provava, grugnendo al sole, calciando un calcinaccio appena venuto giù dal muro del piano di sopra del condominio, che calava la sua ombra squadrata, allusivo come un fondale da cinematografo.

L’ortolano era accorso a dire come Firenze fosse oramai separata a metà, e quel coprifuoco ossessivo, entrato nella nenia di Alberto, pareva esteso ai giorni, alle notti. Affogato nel proprio fiato, l’ortolano annunciava: che c’erano i cecchini per i tetti. Già in Diladdarno. In Piazza Tasso. Giorni fa, «tenetevelo a mente», vaticinava. Ne avevano fatta partire diversa. Di gente. Bisognava essere furbi, consigliava, in tale rappresaglia. Lui, aggiungeva, ad esempio: buono, buono, si sarebbe messo in cantina. Coi suoi bambini, sua moglie, la vecchia nonna. Il Raveggi, con moglie e bambino? Doveva fare lo stesso. Perché era quello il tempo. Gli Alleati stavano per occupare la sponda e… Poi non si sapeva niente di più, e quel tipo tozzo e porcino dava occhiate al piano sfondato di sopra, a quell’arto invisibile del quartiere.

La mamma di Alberto alzava anch’ella gli occhi, come a chiedere perdono di fronte per un crimine inconfessato. «Se gli Alleati contrattaccano, è bene, no?», chiese. L’ortolano parve soffermarsi solo sui suoi baffi umidi, dimenò scetticamente le tasche, come quando spicciolava il resto, passando col suo barroccio di ortaggi e frutta al mattino. «Via!», sparò quindi in aria, risoluto come un giudice di partenza all’ippodromo delle Cascine. Tutti rientrarono dietro gli usci usurati, piattole sbalzate da un sisma. Alberto, invece, calciava e calciava ancora quel calcinaccio, come a volerlo addomesticare fin dentro casa. La mamma gli disse di portar rispetto, e d’entrare. Copriti, fuoco, copriti… continuava. «E perché mai? Questa città è tutt’un ciottolo, mamma», s’interruppe. «È morta la signora del primo piano, scemo». «Quella del valzerino», confermò lui. «Non l’hai sentito ieri notte che tonfo?». «Quel valzerino c’aveva rotto le scatole».

Continua su Toscani maledetti

Buona liberazione fiorentina!

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