David Foster Wallace, la sinistra che fa la destra, l’America del 2003, l’Italia del 2013

A8D15D21-C6FA-466E-A42D-FB5BE38B08EE_photoDovendo terminare  in questi giorni un’introduzione a David Foster Wallace, sto lavorando sui dettagli. Mi ha colpito recuperare una sua intervista sul The Believer uscita a novembre del 2013 e poco nota. In particolare segnalo questa parte, dove Wallace sembra parlare della nostra Italia del 2013 e dell’inquinamento ideologico dei nostri discorsi.  

Consiglio vivamente la lettura.

“La ragione per cui scrivere di politica al momento è così difficile è probabilmente la stessa per cui la maggior parte dei giovani (ne faccio ancora parte?) scrittori dovrebbero farlo a maggior ragione. Alla data del 2003, è un’impresa disperata. Il 95% del commento politico, sia orale che scritto, è al momento inquinato dalle stesse politiche di cui dovrebbe trattare. Nel senso che è diventato ideologico e riduttivo. L’oratore/scrittore ha certe convinzioni e affiliazioni e procede a filtrare tutta la realtà e a valutare ogni sua informazione secondo le sue convinzioni e la lealtà che deve alle sue relazioni. Sono tutti scazzati, esasperati e irraggiungibili dagli argomenti della controparte. I punti di vista opposti non sono solo sbagliati ma condannabili, corrotti e malvagi. I pensatori conservatori sono più espliciti riguardo a questo modo di fare: Limbaygh, Hannity, quella persona terribile che è O’Reilly. Coulter, Kristol, ecc. Ma anche la sinistra si è lasciata infettare. Hai letto il nuovo libro di Al Franken?Alcune parti sono divertenti ma è totalmente velenoso (cioè, che reazione possono avere gli esperti sapientoni della destra agli assalti verbali di Franken se non ulteriore rabbia e altro veleno?). O guarda per esempio le ultime colonne di Lapham su “Harper’s”, o gran parte della roba di “The Nation” o perfino “Rolling Stone”. Ormai è tutto come Zinn e Chomsky ma senza l’immenso corpo di dati seri con cui questi tizi più esperti supportano le loro filippiche. Non c’è più una discussione (o “dialogo”) complessa, incasinata e comunitaria; il dibattito politico ormai è un problema solo formale di predicare per il proprio coro e demonizzare l’opposizione. Tutto viene reso o bianco o nero. Visto che la verità è molto ma molto più grigia e complicata di quanto possa cogliere una sola ideologia, questo atteggiamento è non solo stupido ma perfino stupefacente. Guardare O’Reilly contro Franken è come guardare uno sport violento. Come può tutto ciò essere d’aiuto a me, il cittadino medio, nel decidere a chi affidare il potere di scegliere la politica macroeconomica del mio paese, o nel decidere quali potrebbero essere secondo me i lineamenti di una buona politica, o come ridurre al minimo le possibilità che la Corea del Nord sganci bombe atomiche trascinandoci in una guerra straniera pazzesca, o come mediare fra le preoccupazioni di sicurezza nazionale e le libertà civili? Domande del genere sono profondamente complicate, e gran parte di ciò che è complicato non è sexy, e ben oltre il novanta percento dei commenti politici al momento incoraggia l’illusione, arrapante nella sua assenza di complessità, che un lato sia Giusto e Virtuoso e l’altro sia In Torto e Pericoloso. Il che ovviamente è una piacevole illusione, in un certo senso – così come lo è la convinzione che ogni singola persona con cui sei in conflitto sia un cazzone – ma è infantile e totalmente incapace di portarci verso un pensiero complesso, al do ut des, al compromesso o all’abilità degli adulti a funzionare come comunità.
 La mia convinzione personale, un po’ da sognatore, forse, è che visto che chi scrive roba letteraria si suppone abbia un qualche interesse speciale nell’empatia, nel provare a immaginare com’è essere l’altro, gli scrittori potrebbero avere un ruolo utile in un dibattito politico come il nostro, con i problemi che presenta. Se ciò non dovesse funzionare, potremmo almeno aiutare l’elevazione di determinati giornalisti politici professionisti che sono (1) educati, (2) desiderosi di vagheggiare la possibilità che gente intelligente e ben intenzionata possa essere in disaccordo con loro e (3) capace di venire a patti col fatto che alcuni problemi vanno semplicemente oltre l’abilità di una singola ideologia di rappresentarli accuratamente.
Implicita in questa breve, petulante risposta è l’idea che almeno una parte dello scrivere politico dovrebbe essere platonicamente disinteressata, dovrebbe elevarsi sopra lo scontro, eccetera; nel mio caso attuale ciò è impossibile (e perciò potrei essere accusato da un avversario ideologico di essere un’ipocrita). Facendo il pezzo sui McCain che hai citato, ho visto certe cose (o meglio: credo di aver visto certe cose) sul nostro attuale presidente, sul suo circolo ristretto e sulla loro campagna per le primarie, che hanno stimolato dentro di me reazioni che mi rendono impossibile elevarmi sopra lo scontro. Al momento sono un partigiano. Ancora peggio: sento una tale profonda e viscerale antipatia che non mi sembra di poter pensare parlare o scrivere in nessun modo con giustizia e sfumature a proposito dell’attuale governo. Dal punto di vista della scrittura, penso che questo stato interiore sia dannoso. È quando uno sente molto personalmente qualcosa che è più tentato di alzare la voce (“esternare” è il termine che usa in questo momento, carico di retorica com’è), ma in quel momento si rivela meno produttivo che mai – è pieno di scrittori e giornalisti che “esternano” e scrivono pezzi sull’oligarchia e il neofascismo e la mendacità e la deprimente vista corta implicita nelle definizioni di “sicurezza nazionale”, “interesse nazionale” ecc., e molti pochi di questi scrittori mi sembrano produrre pezzi utili o potenti o veramente persuasivi rispetto a chi non condivide già le opinioni dell’autore. 
Il mio piano per i seguenti quattordici mesi è bussare a porte e riempire buste, forse perfino mettermi la giacca, provare ad aggregarmi con altre persone per formare una massa demograficamente significativa per provare veramente a fare esercizio di pazienza, educazione e immaginazione nei confronti che coloro con i quali mi trovo in disaccordo. E anche usare più spesso il filo interdentale.”

L’intervista completa in Italiano è uscita sul best of The Believer/1, a cura di Massimo Coppola, ISBN edizioni, Milano 2007 – e la trovate qui sul sito minimum fax. 

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