Recensione a “Nella vasca dei terribili piranha” sul Manifesto del 3 gennaio 2013 @ilmanifesto2012 #raoulbruni #nellavasca

Il manifesto RAVEGGI 20130103nazionale-11 part“Alessandro Raveggi, allegoriche peripezie di un giovane anfibio” – di Raoul Bruni, il manifesto, 3 gennaio 2013, p. 11

Se siete convinti che la letteratura sia morta e debba tutt’al più accontentarsi di galleggiare in una condizione fatalmente postuma, i libri di Alessandro Raveggi non fanno certamente per voi. Fin da suoi esordi, il poliedrico scrittore fiorentino (classe 1980) ha sempre cercato di introdurre nel discorso letterario suggestioni nuove (dai fumetti ai cartoons), apparentemente incompatibili con i registri tradizionali della poesia. Più recentemente, dopo un lungo soggiorno a Città del Messico, ha cantato in versi italiani (nessuno ci aveva provato prima di lui) le saghe perturbanti degli dèi aztechi (mi riferisco alla plaquette, del 2011, La trasfigurazione degli animali in bestie). Ora, nel suo primo volume narrativo, Nella vasca dei terribili priranha (pp. 216, euro 19), pubblicato da Effigie dopo una lunga gestazione, tenta invece di applicare le sue estrose sperimentazioni nell’ambito della forma-romanzo («romanzo» è infatti il sottotitolo di questo libro, pur così lontano dai canoni italiani del romanzesco). Il protagonista è un enigmatico fanciullo anfibio – più che un personaggio in carne e ossa, una leggenda -, il quale, da un lato, incarna archetipi antichissimi sia orientali sia occidentali (basti pensare al mito di Colapesce di Nola), dall’altro, richiama certi mostri fantascientifici (come Dagon di Lovecraft). Questo essere senza nome non entra direttamente in scena ma è raccontato, per così dire, prospetticamente, attraverso le voci e i punti di vista dei personaggi del libro.

La vicenda ci conduce in moltissimi luoghi del vecchio e del nuovo continente (dalla Canarie a Firenze, da Città del Messico a Roma, da Berlino a Parigi), tant’è che questo romanzo potrebbe essere letto anche come implicito reportage di viaggio (Raveggi ha appena pubblicato uno studio su Calvino e la letteratura di viaggio: Calvino americano, Le Lettere, pp. 188, euro 18). Uno dei personaggi principali della Vasca è Alfredo Vannucchi, studente universitario fiorentino un po’ nerd, appassionato di musica metal, che si trasferisce ad Oslo per l’Erasmus. Qui entra in contatto, oltre che con un gruppo di giovani locali ossessionati dalle catastrofi climatiche, con il professor Rudbeck, che svolge inquietanti esperimenti di eugenetica. Da parte sua, Alfredo sta invece cercando di approntare un dispositivo informatico ispirato agli I-Ching che possa combattere il fatalismo e l’inerzia dell’Italia. Un altro personaggio importante è Carolina Calderón, un’attrice di telenovelas che si scontrerà con una bizzarra setta (di cui lei stessa aveva fatto parte) composta «ex attrici di telefilm, che si sono unite in congrega per trovare in fondo all’abisso la risposta alle loro rughe». Questa setta, infatti, come il resto della degenerata compagine antropologica messa in scena da Raveggi, affida le proprie speranze di riscatto al culto dell’uomo-pesce. Ci sarà anche chi, come lo spregiudicato manager romano Vittorio Buono, cercherà di sfruttare l’immagine di questo essere leggendario per alimentare il proprio marketing…
Il romanzo di Raveggi è ricchissimo di simboli e allegorie, che creano inaspettati cortocircuiti tra elementi arcaici e fenomeni ultracontemporanei. L’essere anfibio (che, non a caso, è un fanciullo) è anche una metafora della gioventù italiana attuale, condannata a una condizione di perenne apnea; più in generale, la simbologia acquatica rimanda, da una parte, a un’idea di rigenerazione (in linea con una consolidata tradizione religiosa), dall’altra, a un’idea di minaccia (si pensi al mare in cui sprofondano i barconi dei clandestini). D’altronde l’acqua ha sempre rappresentato un tema letterario fondamentale (dall’Odissea a Moby Dick di Melville e Horcynus orca del nostro D’Arrigo). Per certi risvolti picareschi e l’afflato archetipico, Nella vasca dei terribili piranha fa pensare anche a Pinocchio di Collodi (dove, com’è noto, non mancano pagine «acquatiche»), uno dei pochissimi modelli italiani della scrittura di Raveggi. Il quale sembra essersi ispirato soprattutto a certa narrativa latino-americana, e in particolare al Bolaño «messicano» dei Detective selvaggi. Eppure, pur nutrendosi di suggestioni lontanissime, Raveggi guarda innanzitutto all’Italia, anzi: alla sua Firenze. Una Firenze alluvionata (attualizzazione ucronica della tragedia del ’66) e sconvolta da una rivolta di clandestini, dove, prima del finale a sorpresa, i fili delle diverse storie si riannoderanno in una sorta di apocalisse contemporanea.
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