Su Satisfiction, un’anteprima di “Nella vasca dei terribili piranha”

ImmagineSu Satisfiction, un’anteprima del mio romanzo “Nella vasca dei terribili piranha” (Effigie, in uscita).

Leggi qui. In attesa del ripristino del sito della rivista, ecco qui la nota di Raoul Bruni e l’estratto:

Estratto dal romanzo Nella vasca dei terribili piranha in uscita a settembre per Effigie edizioni.

Il romanzo che Alessandro Raveggi sta per dare alle stampe per i tipi di Effigie non avrà certamente un impatto facile con il nostro mondo letterario, tanto per la struttura composita e frastagliata quanto per lo stile singolarmente immaginifico. Nella vasca dei terribili piranha racconta molteplici luoghi (dalle Canarie a Berlino, da Parigi a Firenze) e personaggi (manager senza scrupoli, improbabili sette, studenti nerd e accademici rinsecchiti) che ruotano attorno ad un enigmatico essere anfibio – più che un personaggio in carne e ossa, una leggenda – al quale è affidata l’ultima possibilità di riscatto per questo campionario antropologico degenerato e crepuscolare. La storia fa pensare al Bolaño dei Detective selvaggi, ma anche, per certi risvolti picareschi e l’afflato archetipico, a Pinocchio di Collodi, che un maledetto toscano come Raveggi custodisce nel proprio DNA. Il brano qui anticipato mostra un’altra caratteristica della prosa romanzesca di Raveggi: l’attenzione al paesaggio, che non è mai il semplice sfondo della vicenda narrata, ma appare come uno prisma che riflette le atmosfere surreali e perturbanti nelle quali sarà immerso il lettore della Vasca.

Scruta, dalla terrazza, la superficie indistinta, anche se incrinata in due facce, come due lembi di una veste plissettata. Lembi chiari tra i quali si immerge un occhiello, un sole giallastro di ritorno, pallido e affaticato per tutta quella sua assenza. È scalfito dalle ultime nubi che diradano in lontananza, come scarichi marroni di una grande falciatrice mangiarealtà. La falciatrice ha ripulito la vallata dalle rughe nere che la tormenta ha tracciato, sgorature circolari, che ora sono un ondeggiare placido solleticante. Il mosaico delle colline, perennemente accavallate l’una sull’altra, che si accucciavano rigogliose l’una sotto l’altra, è una piana abitata da tanti dorsi di pachiderma che emergono dal liquido neutro. Come in un sapone, separati e schivi. Dorsi e coste ancora in parte intessuti di vitigni, alcuni dei quali hanno resistito tenacemente a quel rivoltarsi di cielo e terra, e fremono al sole scialbo.

Quelle specie di animali coriacei paiono conservare gelosamente, tra le loro scapole, i tetti arancioni di alcuni casolari, dei ciuffi del bosco, dei tralicci piegati, che galleggiano ciondolanti come aghi di bussole spanate. In quei corpi, c’è l’apatia di un risveglio, complice una brezza leggera che diffonde, per la vallata, odore di corteccia umida. Una brezza che si invera nel suo passaggio, per l’ansimare dei riflessi e per la circolarità querula del richiamo di una poiana. L’uccello taglia la vista da sinistra e a destra, in un effetto doppler, facendo la spola tra un traliccio e un tetto, con gli unghielli semiaperti e risentiti.

I sassolini crepitano sotto le galosce gialle del Ragioniere, che si va a sporgere con entrambe le braccia sul muricciolo della villa, seguendo l’arco sonoro dell’uccello, con il mento, ancora profondamente turbato e intontito. Dietro di lui c’è quella, la villa gialla e squadrata con le edere rampicanti che la imbavagliano, lasciando liberi solo i due finestroni offuscati e l’ingresso sontuoso degli orci dei limoni, dove la voce rimbomba se si parla sotto la pergola, dove la lampada è stata tenuta accesa a penzolare tutta la notte, mangiata dalle falene, e per buona parte della mattinata. La mattinata dominata dall’odore di tè alle more regalato dal Professore, che si è accompagnato con del pane stile nordico ruvido impastato di nocciole e imburrato in superficie, che lui stesso ha servito con gentilezza materna al Ragioniere, appoggiato in punta sulla poltrona di vimini a consentire che la sua catena di opinioni e aneddoti sulla zona venisse repentinamente fecondata dai rapaci interventi del norvegese. Quest’ultimo, si vergognava di mostrarsi in calzamaglia e si era coperto come poteva, con un plaid di lana caloroso portato come una tunica romana.

Il naso adunco di Vittorio Buono balla all’odore silvestre, pieno nei polmoni, davanti allo sfavillio della vallata. Balla su e giù, aspirando e respirando. La bocca si gualcisce nel suo rostro di carne che lo caratterizza, il suo muso. Fa uno sbadiglio, gli lacrimano gli occhi e si mischiano alla visione, disfacendosi in una farina che si raggruma nella laguna bianca sottostante. Da diverse ore non ha ascoltato nemmeno una voce da Firenze, la comunicazione è sospesa, muta.

«Cosa è questo, se non il sogno perfetto di un naufrago?», gli viene da bisbigliare. Lentamente, strascicando il piede sano, anche se un po’ gonfio, e picchiettando il suolo con il piede della gamba più corta, come volesse far sgocciolare la pioggia impregnata sul tallone dei pantaloni ancora umidi, Rudbeck si avvicina al muricciolo di pietra serena dove Buono sta piegando la schiena, stando come orante, coi denti sospesi sul labbro inferiore e il sedere in fuori, scimmiesco. Ha lo sguardo gonfio per il sonno e l’improvvisa luminosità in cui si è inoltrato, dopo aver spento la lampada del pergolato e aver schiacciato sotto la scarpa, sul cotto dell’ingresso, qualche falena già stecchita e friabile.

«Sta piangendo?», chiede Rudbeck a Buono, nel suo inglese algido, mentre tenta angustiato di aprire la zip difettata di un k-way rosso incastrato ancora nel suo bozzolo. Gli si affianca. Ha addosso solo una camicia di flanella, dove si intravedono due ellittiche tette, e dei jeans da lavoro. Ci prova con la bocca, coi canini, a tirare la zip, e mugugna il resto incomprensibile della frase di consolazione per Buono. Conserva macchie bianche sugli angoli delle labbra da qualche giorno. Buono, che ha interpretato quella screziatura spermatica come sfogo di un timore nervoso, si passa una manica del suo Burberry sugli occhi e sul naso, asciugando le lacrime involontarie e lasciandoci una scia di lumaca. Il suo orologio, che batte ghiacciato sulla gobba al di sopra delle narici, è definitivamente rotto, segna l’ora dell’ultimo urto dei giorni prima, quello con lo sportello arrugginito della jeep che li ha portati fino a lassù, sbandando pericolosamente per fossati in piena e rivoli spontanei sulla strada sfigurata, con loro due che ballavano sui sedili, avvinghiati ai sacchetti di plastica nera. La jeep è poi ripartita inghiottita da una barriera d’acqua. Da quel momento, nessuna notizia col mondo circostante.

Nell’atmosfera espansa, i rari richiami animali e gli odori di concime bagnato si incorniciano nettamente, e la pelle dei due si sente predisposta e verginale, per farsi trapassare da questi elementi solidi, dopo che è stata cotta nella notte nel matrimoniale vicino al focolare crepitante, dall’insenatura profonda. Si sono svegliati entrambi con il sapore di bruciato sulla lingua, guardandosi con la gola secca tra le mani ai due lati del letto, come in un suicidio concertato.

«Proprio come lo descrive Leonardo, nel Codice Leicester», gli dice Rudbeck, assaporando l’aria. «Il grande lago del Pliocene…»

Alessandro Raveggi è nato a Firenze nel 1980. Scrive in prosa e poesia, e lavora in ambito accademico. Tra le sue pubblicazioni recenti: “Calvino americano. Identità e viaggio nel Nuovo Mondo” (Le Lettere, 2012) e “La trasfigurazione degli animali in bestie” (Transeuropa, 2011). Suoi testi sono apparsi in importanti riviste e webzine nazionali e internazionali, come “Nazione Indiana”, “Carmilla”, “Poesia”, “il verri”, “Doppiozero”, “Alfabeta2”, nonché in lingua spagnola e inglese. “Nella vasca dei terribili piranha” è il suo romanzo d’esordio. Maggiori info: https://colossale.wordpress.com

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