Colossali / Carlos Fuentes 1928 – 2012

ImmagineIeri ci ha lasciati uno dei più importanti scrittori latinoamericani: il messicano Carlos Fuentes, che con Mario Vargas Llosa, Gabriel García Márquez, Julio Cortázar e pochi altri, ci ha fatto conoscere fino dagli  anni 60 delizie, cicatrici e contraddizioni della propria terra d’origine, che diveniva la frontiera di tutti. Ci ha indicato l’alba tardiva del Nuovo Mondo e le sue ali represse da poteri locali, atavici e translocali. Si è impegnato nel rinnovare la forma, riprendendo la tradizione anglosassone europea e facendola ballare ai ritmi latini. Ha mostrato che il romanzo moderno nasceva nell’alveo della tradizione iberoamericana, idealmente non solo con Cervantes ma anche con Las Casas. Ha preconizzato l’attuale controconquista dei latini negli Stati Uniti. Lo saluto con uno degli incipit più belli della storia della letteratura, tratto dal suo primo romanzo, La región más trasparente, epopea frantumata della Città del Messico post-rivoluzionaria. Leggete Carlos Fuentes.

“Il mio nome è Ixca Cienfuegos. Sono nato e vivo in Messico, Distretto federale. Ma questo non è grave. In Messico non c’è tragedia: tutto si trasforma in oltraggio. Oltraggio questo sangue che mi trafigge come le foglie appuntite del maguey. Oltraggio la mia paralisi sfrenata che tinge di coagoli tutte le aurore. È il mio eterno salto mortale verso il domani. Gioco, azione, fede; giorno per giorno, non solo il giorno del premio o del castigo: vedo i miei pori oscuri e so che me lo hanno proibito giù in basso, in basso, in fondo al letto della valle. Spirito di Anàhuac che non calpesta uva ma cuori; che non beve liquori, balsami della terra, ma il proprio vino gelatina di scheletri; che non insegue la pelle allegra ma dà la caccia a se stesso in un liquame nero di pietre tormentate e occhi di giada opachi. In ginocchio, coronato dai fichi d’India, flagellato dalla sua (dalla nostra) mano. La sua danza (il nostro ballo) sospesa ad una lancia ornata di piume, o al parafango di un camion; morto nella guerra sbocciata, nella rissa da taverna, all’ora della verità: l’unica ora che arriva sempre….”

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