Un estratto da “Nella vasca dei terribili piranha” (Effigie, settembre 2012)

Domani 23 aprile leggeranno un estratto dal mio romanzo di prossima pubblicazione “Nella vasca dei terribili piranha” (Effigie edizioni, settembre 2012), al Caffè Letterario delle Murate di Firenze, in occasione della Giornata Mondiale del Libro 2012. Quello che segue non è l’estratto in questione, ma è comunque particolarmente attuale, perché ambientato alle pendici del vulcano Popocatépetl in Messico, da pochi giorni rientrato in attività.

Il grande appartamento è sfigurato nell’oscurità. I mobili in mogano, la tappezzeria, le sculture d’ossidiana e il lampadario sono uniformati in una luce marrone, luce ben evidente nel suo languore quando la cameriera ha scostato la tenda con la quale il nonno ha imposto di addobbare l’entrata. Ai lati della stanza, il copale arde franando nella sua cenere nei turiboli di terracotta. In un angolo sul sofà, riposano due bulbi gialli a mezza altezza, incastonati tra lembi di pelle gonfiata. Da un incavo rosso che può dirsi una bocca, mimetizzata nel tessuto del sofà, sporge il solito sigaro sfiorito.

«Siediti qui vicino a me, mia piccola Iztaccíhuatl1. Come stai?», borbottano quelle pieghe, battendo una mano e smuovendo la polvere. Accanto al sofà, un tavolino sostiene il bicchiere di pulque biancastro di cui lui è fanatico smodatamente.

Lei siede accanto al nonno, baciandolo timidamente sulla punta del naso bitorzoluto schiacciato verso le labbra: una freccia per localizzare meglio la bocca. Dall’oscurità si aprono una serie di denti ambrati, si fanno avanti tra il fumo acre del sigaro, accompagnati da una risata catarrosa e alcolica.

«Dimmi, mia piccola», le parla con un filo di voce, il nonno, «il nostro impero è ancora forte? Il nostro re si trafigge ancora le orecchie al levare del sole, per officiare al proprio incarico? La tribù degli tlaxcaltechi paga ancora i loro tributi? È dal giorno 3-fiore che non ottengo un messaggio da quella scatola nera infernale che mi ha abbandonato…».

Lo dice flebilmente indicando la televisione spenta e coperta con un panno mosaicato.

«Oggi che è il giorno 11-coccodrillo, ci sono dei buoni auspici sotto il sole?», conclude, strascicando le parole fino a un gorgo di catarro che erompe, facendogli schizzare il sigaro per terra.

Immancabilmente, bucando la piena oscurità, la sua cameriera, Yesica, va in scivolata a raccattarlo, prima che attizzi il fuoco sul tappeto e se lo porta via in grembo, rituffandosi nell’oscurità limitare. Carolina ha imparato ad assecondare silenziosamente i deliri del nonno persuaso dell’ininterrotto fulgore della civiltà azteca. Al posto del Calendario gregoriano, il nonno ha riabilitato quello azteco, rovesciandosi il tempo e il cervello. E la messa in scena di Cortés, entrato in città da messia invitto, è stata e rimane per il vecchio nonno Calderón una messa in scena dell’ultimo imperatore azteco, Moctezuma. Una cospirazione degli Dei per consegnare agli europei il peggiore dei virus, soggiogandoli al loro potere. Ovunque il nonno vede manifestazioni dello spirito azteco, pronto a sbranare quei debolucci degli europei.

«Percepisco il tremolio della tua la mano, Izta», le dice il nonno, andando a tentoni con la mano in cerca come delle labbra di lei, composta al suo fianco. «Non dovresti. Gli dei dell’altipiano sanno che la loro madre Coatlicue, dea della morte e della fertilità, ha dovuto vagare trasfigurata ed incosciente per le strade polverose di Tenochtitlán, poco prima che Cortés entrasse a voler dettare legge e a stuprare le nostre donne. Il popolo lo prese come un messaggio funesto. Ma il popolo, si sa, non sa guardare ad un palmo dal proprio taco. Quell’avvistamento fu in realtà propizio. I nostri dei ci hanno mostrato la loro doppia faccia. Per questo crediamo che il sacrificio sia l’unica forma per superare l’uomo nell’uomo. Per farlo grande come il proprio dio. Tezcatlipoca, il nostro terribile Specchio di Fumo, di cui siamo schiavi, e questo è irrimediabile, ci insegna ad accettare il fato e a scovarne i benefici. Tezcatlipoca, alla fine, siamo noi, che ci sacrifichiamo e…»

Carolina assume reticente una fissità statuaria accanto a quella massa. Le bruciano gli occhi per il copale, stringe le unghie sulle gambe sistemando il sedere sul tessuto ruvido del divano, intaccando forse la stessa pelle morta di quel corpo materiale che si sostanzia puramente accanto a lei, perdendo attributi e qualità. Il nonno dà un segno di vita dilungandosi ancora, il suo disco di leggende rotto dal fumo sta per riprendere dal punto dove è stato messo in pausa. Questa sua transustanziazione e quel rovesciamento anacronistico, è stata la sua personale reazione preventiva al crollo differenziale della famiglia Calderón. Girare a vuoto sul suo divano, identificarsi con esso, magnificando la vittoria dell’azteco sull’europeo, riempiendosi lo stomaco di pulque, da circa un anno e mezzo. In questo, ha avuto il ruolo anch’egli di un presagio funesto sulla prima morte, quella morte del padre, il primo birillo che è caduto. Il birillo più grande.

Lo psicologo ha detto di lasciarlo fare, e di sperare in un cambiamento altrettanto improvviso: una visione rovesciata non può essergli letale, perché pare essere così completa e intaccabile, che alcuna controprova lo smuoverebbe di un centimetro dai propri vaneggiamenti, portandolo ad una rottura o a una scissione. «Un calzino completamente rovesciato si può indossare in tutta tranquillità», ha ironizzato, giocherellando con la sua penna da dottore sulla punta delle dita.

Il nonno tira giù una profonda sorsata di pulque che gli cade sul gozzo e zampilla a stiletto fino alla guancia di Carolina. Fa schioccare la bocca di gusto dopo la bevuta. Lei può sentire le sue viscere che accolgono contorcendosi altra linfa bianca quotidiana, per poi rintanarsi nuovamente tra il cotone e le molle sotto il sofà. Yesica è già prostrata alle sue scarpe, ubiqua. Il nonno fa per rizzarsi in piedi, ma ricade sul sofà, facendo vibrare tutto, anche le molle conficcate nel suo sedere. Miracolosamente si rizza, si dirige, come levitando a mezz’aria, propagando la sua materia alcolica dal tessuto del sofà al tappeto, verso il turibolo più grande, e lo rintuzza, in un gesto appena percettibile in un’unica visione di materia scura. Sta indossando una sorta di tunica? Si sarà incoronato sacerdote del proprio appartamento?

Il nonno rimane poi immobile in mezzo alla stanza. Stanno l’uno di fronte all’altro, ma senza guardarsi. Lei fissa il braciere fatto a forma di un guerriero scheletrico, con la sua collana di mani e membra di guerrieri nemici uccisi, la folta dentatura dello scheletro e quel copricapo che pare la bocca spalancata di un squalo che sta inghiottendo quella testa ossuta senza che l’espressione dello scheletro ne sia turbata. La morte gli è indifferente, la vita gli è indifferente, è uno scheletro, ha avuto i suoi successi, pensa Carolina di quella statuetta, ha guardato già in faccia la contraddizione. Ma dove si trova suo nonno adesso? Di che materia è fatto? È il divano con gli occhi, o la statua con il fumo che esce dalla bocca, è il tappeto freddo che accoglie i suoi piedi scalzi solleticandoli, con al suo lato una guardinga Yesica china, pronta a scattare a bordo di quel campo di gioco che è lo stesso nonno?

La stanza continua ad esalare la sua atmosfera che gela le ossa. Il tappeto si sfoglia nel manto bianco della pancia di Iztaccíhuatl, la Donna Addormentata, la montagna dove da piccola Carolina ha scarpinato a lungo per un’intera giornata con il nonno più giovane, che aveva davanti tanta strada, tanti affari da sbrigare, prima di uscire dai suoi gangheri e mascherarsi da azteco. Si ricorda la stretta nella mano accogliente di lui, prima di raggiungere la conca sottostante il ghiacciaio e dominare la città, sospesa nel cielo diviso in due elementi ben distinti, un arancione terroso e un mirto sfumato. Un nonno che, lassù, coi piedi che frusciano tra la neve, gli si mostra slanciato, in quella snellezza sicura di sé, che era il marchio di fabbrica dei Calderón. Il volto brunito, le labbra bianche per il burro di cacao, il berretto di lana e la mazza per camminare. Lassù, ha ascoltato la prima volta la storia della Donna Addormentata. Suo nonno non ha tardato nel spiegarle che parlare di «donna addormentata è un modo gentile per dire che era morta…», e che, «la morte, in fondo, è solo un momento in cui stai da un’altra parte, come col faccia immersa nella neve.»

«Morta dal freddo?» domandò la piccola Carolina, stringendo a sé il pollice del nonno.

«Il freddo del cuore, piccola. Vedi, Iztaccíhuatl era innamorata di quello là», e le indicò vulcano che si staglia davanti a loro fumante.

«Di un vulcano? Allora è morta di caldo!», gli strillò lei. «E come si può baciare un vulcano, ti bruci tutta la bocca!», aveva continuato, toccandosi la bocca coi ditini delle mani cicciute.

«No, è morta per amore di Popocatépetl, guerriero di suo padre. Suo padre mandò in guerra il giovane a Oaxaca. Un giorno giunse voce che Popoca era morto in battaglia. Izta fu così infelice, che morì di tristezza. Quando però Popoca, che non era morto…»

«E dove era?»

«Era in guerra. Perché prima gli uomini dovevano stare in guerra e le donne a casa», le spiegò. Ma, notando lo sguardo accigliato della bambina, aggiunse: «vedi, adesso è un po’ lo stesso, solo che l’unica guerra è il traffico di Insurgentes», dandole una stropicciata ai capelli stecchiti e prototipici come una parrucca irreale.

«Quando tornò il guerriero», continuò a raccontare il nonno, assestandole un pizzicotto alla guancina gelata, «si trovò Izta morta. Rotto dal dolore, preparò un grande rito per onorare la sua donna morta. Insomma una grande festa… ma vedendola lì, addormentata, o morta, lo sai… divenne completamente pazzo…»

«Quindi?», domandò la bambina con un dito nel naso.

«Quindi, be’, si uccide. Mi dispiace», le rispose, mordendosi il labbro inferiore.

«Che storia orribile, nonno! Ma il vulcano, allora, che c’entra?»

«Si dice che gli dei, dispiaciuti per l’accaduto, trasformarono Popoca e Izta in questi due colossi di montagne vulcaniche. Adesso siamo su Izta.»

Carolina si guardò i piedini, e cominciò a sgambettare di nuovo.

«Allora desso son sulla pancia di Izta!»

Si portò le mani alla bocca, tentò come di spiccare il volo.

«Non ti preoccupare», la calmò il nonno, «lei è contenta adesso, può vedere il suo amato, da secoli e secoli. E anche lui può fare lo stesso», conclude e indica ancora il colosso fumante davanti a loro.

«Mi pare una storia brutta», fece la piccola.

«Perché, piccolina?»

«Perché non si possono toccare, perché non si possono baciare. E se si baciassero, scoppierebbe… come si chiama?»

«Una slavina, Carolina.»

«Chissà quanto la signora Izta avrebbe voglia di andarsene a fare un giro.»

«Come una zombie?», la prese in giro il nonno.

«Come una zombie, sì», rise la bambina, mostrando i denti bianchi come sassolini mediterranei, «come una zombie fredda, ma col cuore caldo.»

La neve si stava zebrando d’azzurro. Il nonno compresse la bocca, guardando l’orologio, e le disse di riscendere a valle.

«Non stare in pena», le dice ancora quel pernio di ossidiana, quella colonna tozza ritta in piedi nel salotto, squagliando tutta la neve in un siero scuro e innominabile, simile a quello che scorre nelle fogne del Distrito Federal. È di nuovo il nonno azteco rivoltato come un calzino.

«Non stare in pena, se la tua famiglia è stata chiamata al sacrificio. Il sangue, ricordalo, è il nostro bene più prezioso, e i tuoi genitori erano divenuti anche troppo avidi dell’oro da farsi pietrificare il sangue.»

Carolina vorrebbe ora scagliarsi contro quella massa dura di carne sudata strafatta di pulque, sgonfiarne il lardo a morsi facendo fuoriuscire come un geyser il nonno delle escursioni, le labbra screpolate dal freddo e il berretto buffo in testa. Ripulirlo dal pulque e ridonarlo al mondo, affascinante. Ma lo farebbe per difesa personale, per preservare quegli attimi davanti al vulcano fumante, quando per lei bambina il nonno era una guida carismatica al di là del suo legame di sangue. Perché la neve non può striarsi d’azzurro anche stavolta? Nella notte il vulcano Popoca borbotterebbe alla sua amata azzurra e lei vorrebbe solo rimanere lì, senza sciogliersi e scolare negli acquitrini luridi della città.

«E tuo fratello? Si ostina ancora a fuggire?», le domanda lui. Salta su dal nulla, con un tono più credibile, quasi riacquistando quella solennità degli ultimi anni prima del collasso antigregoriano.

Carolina non risponde, freddata.

La sua ossidiana diventa all’improvviso molle e il nonno striscia sul tappetto rifondendosi con esso, come morente. Al suo fianco accorre Yesica, porgendogli il bicchiere di pulque, e lui la scosta. Il sigaro, che si riaccende succhiato intensamente, gli cade di bocca ancora.

Carolina si alza, col nonno ai piedi ad elemosinarle attenzione.

«Dove vai?», le dice, aggrappandosi al piede di lei e acquisendo un aspetto quasi umano.

Lei non risponde.

«Izta… Prima di andartene… Prima di andartene…», dice il nonno. «Yesica! Yesica!», si mette a urlare, «vieni qui! Porta il nostro dono! Vieni!» Il nonno si surriscalda, alzando le braccia, sotto le quali spuntano, dalla tunica scura da sacerdote, peli come cesti di lattuga. La cameriera rientra nel ring buio delimitato dal tappeto, asciugandosi nuovamente le mani. Ha con sé un fagotto.

«Piccoli dolcetti alegría, signorina», lo porge dal basso, mettendosi al livello del vecchio. Carolina acciuffa il cencio legato con i biscotti.

«Alegría, quello che mi ci vuole è ingozzarmi di un po’ di allegria», bisbiglia fra sé.

Lascia, nel ring scuro, il nonno appoggiato al sofà, che con lentezza viene riassorbito dalla materia, dal cotone e dalle molle.

1Nella lingua nahuatl degli aztechi, il termine significa «donna bianca». Ma è anche il nome dato alla montagna nei pressi della Città del Messico, conosciuta come «La Mujer Dormida», per via della forma del suo profilo, che ricorda quella di una donna supina.

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