Un raccontino poco pasquale per allietare la vostra serata

Questo racconto uscirà in un’antologia di testi e foto di cui parlerò più avanti. Dovete immaginare di leggerlo, già dal titolo, come il testo di una ballad un po’ pop, magari di Morrissey. Mentre la pioggia si ingrossa sul vetro dell’auto e voi non vorreste mai che quell’attimo finisse. (- come diavolo sto parlando?)

LEI VUOLE PORTARMI VIA TUTTO

È la fine di un giorno di lavoro come tutti gli altri, che si centellinano nell’anno in un bacile pieno di rogna. Ho acceso il riscaldamento della macchina, sa di carne macinata. Siamo intasati in autostrada, si sente il suono di un ambulanza che vibra tra le lamiere, bufalo morente che vuole accasciarsi, ma oggi non ha spazio tra quelle file. Il giorno si dilava ai lati delle carreggiate, siamo qui a far singhiozzare il motore verso Nord – non ci importano le uscite secondarie, cerchiamo la grande uscita unitaria che ci faccia sgorgare fuori da un fiato compresso, misurato con il timer dei cruscotti. Ogni guidatore è concentrato sul retro della macchina davanti, come in un tiro a segno. Non tornano a casa, vanno in direzione opposta, in un venerdì sera già iniziato in auto. Quanto basta per slacciarsi la cravatta, testarsi le ascelle, essere pronti ad un aperitivo furioso. Io sono passato da casa con una voglia matta di un aperitivo furioso, di quel whisky che ho ora sotto braccio.

Mio figlio l’ho messo davanti con la cintura che gli passa sopra il viso. Pensa che lo lascerò dai nonni, per farmi un week-end in campagna, la mia bottiglia ed io, mentre lui è a diseducarsi con le fissazioni di mio padre. Procediamo lentamente. Gli metto su una cassettina dal nastro marcito, una compilation di cartoni animati. Canticchiamo per un po’ assieme muovendo stupidamente le facce. Fingo di conoscere le parole, mi tremano in bocca come una specie di vergogna. Alcune auto, in grumi lungo la strada, hanno tamponato altre auto, ma continuano a spingerle in avanti con forza, soffocando l’accensione della macchina. Altre paiono più cortesi nel superare quei grumi, ma le gomme appuntellate all’asfalto si muovono sul posto, caviglie di una ballerina. Oggi sono potuto uscire prima dal lavoro, non accadeva da anni. Domani non mi vedranno, a lavoro. All’asilo, non vedranno mio figlio, che finalmente un po’ si diverte adesso, dopo le canzoncine. Si interrompe solo per qualche occhiata di preoccupazione da sopra la pesante sciarpa. Con quei suoi occhietti femminili, dalle ciglia lunghe e confortanti, che ha preso da me. Lo porto via, ancora non so dove, il mio bambino.

Lei vorrebbe sottrarmelo per sempre, con la sua serietà calcolata da fenomeno naturale irrimediabile, il suo zelo immane. Lei non l’avrà, non me lo sciuperà, faccio il possibile nonostante la strada sia indistinguibile oramai dalla lamiera, l’asfalto dal cromatico tartaruga delle auto, tra le quali come calli si stagliano due bianche ambulanze incidentate. Accendo la radio per le notizie: non trasmette che un insulso rumore, un frigno o un fischio che potrebbe essere di lei, quando è montata su all’improvviso, ha attaccato la sua corsa verso mio figlio, fin da lontano. Mi pare di riconoscere tutte le persone nelle macchine, è un istinto di comunità. Ci saranno anche i vicini, quelli del 103, che non si sa cosa facciano di lavoro: stanno in pantofole, in vestaglia, a simulare d’essere genitori apprensivi, abili giardinieri. Quelli del 103 mi superano infatti magicamente sulla sinistra, riconosco le vestaglie smerigliate e gli attrezzi da giardinaggio nel baule. Li ho visti salire in macchina poco dopo di noi, sono passati sopra il cane-robot di mio figlio, l’hanno schiantato lì, tra il pratino e il marciapiede, dopo aver sfondato il muricciolo in retromarcia. Quello schianto sordo della plastica del cane-robot che ho scorto dallo specchietto laterale mi ha fatto male. Mio figlio vedo che sente la mancanza di quella plastica cinese tra i polpastrelli, mentre gioca a spingere su e giù il pulsante della portiera, con il golfino macchiato di pastello rosso sangue.

Lei vorrebbe cancellare la nostra affinità, le mie cure. Vorrebbe rendere tutto scontato, farne un attimo prima da dimenticare, nel suo rigurgito materno. Facciamo di tutto, per sfuggire all’abbraccio del suo petto. Mio figlio giocherella ora con l’alzacristalli elettrico, io guardo il vetro fantasmatico ingrigire quando scende. Vorrei dire a mio figlio di smetterla, che è meglio tenere chiuso. Come servisse a qualcosa: visto che lei ti si insinua fin da subito nel cervello. La cartellonistica sospesa intanto tentenna, la gente corre a piedi più veloce, abbandonate le macchine a casaccio. Su di loro l’effetto di un vento cattivo che deforma le magliette sulle schiene, come seconda pelle. Pare che lei, solo lei, lo produca, il suo alito, un’ennesima richiesta. Mio figlio mi guarda corrucciato, con gli occhietti femminili, tira da dietro il sedile un suo plaid sdrucito, se lo mette sulla testa. Mi chiede d’essere così il deus ex machina di una situazione che si sta facendo sgradevole: non vuole andarsene con lei. Tu senti la materialità di quel piccolo prototipo di te che sta al tuo fianco e arriva coi piedi appena al bordo del sedile, con un po’ di moccio al nasino che si fa bolla, prima di nascondersi sotto la stoffa. C’è poco tempo, il tempo di una bolla di moccio.

Quella bolla in lui ti chiede una buona dose di bene materiale al quale aggrapparsi. Lui te l’ha dato per circa cinque anni, a suo modo. Quando ancora un mezzo fagiolo ti pisciava in faccia. Quando si è nascosto nell’armadio in montagna, a tre anni, per mangiarsi le saponette del bagno, mentre eri già in un elicotterino della polizia locale a sorvolare le piste da sci. Ti ha dato dei motivi per pensare che stavi sbagliando: ti ha tenuto in improvvisazione. Anche quando ha confuso sua madre con tua madre, e si è trasferito con tutti i cani-robot, pastelli e plaid-fortino dai nonni, non considerandoti che alla stregua di un conoscente. Lei vuole entrare dentro mio figlio, frantumare il cane-robot, sfaldare i suoi pastelli in pappa, divellere i plaid-fortino, far scoppiare la bolla di moccio. E gonfiarlo di lei, come a pulirgli gli organi di quello con cui io l’ho alimentato. Ma dentro di lui è ancora tutto apposto. Il cruscotto della mia auto però freme. Non è dovuto al mio sgasare, visto che mi sono arreso addosso alla monovolume che ci precede, con i figli dei vicini del 103 che, sgraziati e verdognoli, mettono le mani al vetro posteriore e guardano sopra di noi, terrorizzati.

Lei ci sta raggiungendo, con tutti i suoi detriti, le sue parole sbriciolate, i suoi scarti di significato, l’arroganza che gli viene dal sapere di essere metri e metri più in alto di un padre e di un figlio, che si guardano per ricapitolare cinque anni vissuti nell’improvvisazione. La natura, dicono gli esperti, è fuori controllo: si sta ribellando alle devastazioni umane con devastazioni esponenziali. Questi esperti, per come parlano, è evidente che non hanno cura diretta dei propri figli, di una parte di te per il mondo che ti dà risposte sbagliate, solo se tu gli dai domande troppo certe. Lei oramai ci ha raggiunti, di questa sera non rimarranno che i cinque anni passati ad aggiustare il bavero di mio figlio, ultimo flashback che mi permetto di succhiare dalla mente. Lo facevo spesso, perché non prendesse freddo fuori, e dentro, persino a ferragosto: ecco perché lui faceva sovente il finto malato con aria vittoriana. Spero che non entrerà mai del freddo nel mio bambino. Spero che conserverà le sue ciglia lunghe chissà dove. Ahimè non sono affatto credente, nemmeno mentre moriamo con complicità, sotto la grande onda che barrisce, travolti da una parete d’acqua, fango, pezzi d’auto altrui volteggianti, altrui corpi come pupazzi, altrui animali come stracci, steccati e ombrelloni altrui, oltre il vetro che si frantuma, nello schiaffo, di tacco, dell’acqua. Di lei, che ci viene a gonfiare, dopo aver tirato su la virulenza del Pacifico sulle sue spalle. Ed è la mia unica religione, quella manina di mio figlio che – sentila – si sta facendo adulta, pronta a lottare.

(2010)

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