per Elio Pagliarani (1927-2012)

Elio Pagliarani ci ha lasciati ieri 8 marzo. Per me è stato un maestro gentile, con la sua voce arruffata, la sua cavalcata di versi, la sua telefonata appassionata, il nostro timido incontro romano. Ci mancherà…

Questo testo, scritto nel 2008, è apparso sul n. 245 del bimestrale «l’immaginazione», a marzo del 2009, in un numero speciale di poeti e scrittori legati per affinità a Elio Pagliarani, curato dalla poetessa Sara Ventroni.

Epicedio

L’urna era stata fatta,
da sempre, non a rappresentanza,
per riporre la cenere,
ma per i drappelli dell’ordine
numerale, trainer
di un riscaldamento di massa,
a bordo del campo:
non per riattizzare il fuoco,
per estinguere le ultime
cispe, accarezzarne
la vera percentuale,
nivea certezza,
insignificante flatulenza
vocale dal basso, a consenso
(deprimente.)

*

L’urna è a ricordo dei morti,
la loro cenere, sei chiamato a
scoperchiarla, a contare le
dichiarazioni d’orgoglio,
per dare un soggetto morale
al Paese, nel tuo caso pari a:
zero, al risultato maturato
nel fallimento, diluvio da
acquasantiera
che ti fa zero galleggiante
(ancor meno in forma,
al passo, plancton per pesci,
animale significante
sul fondo.)

*

La prospettiva è ancora
un altro po’ di traccheggio
prima che finisca il nascondino,
tu a contare l’urna, a setacciare
la cenere, con l’agguato nel petto:
a dire adesso vengo
e vi becco tutti con le mani
nel sacco, perché non ci credo
che vi siete nascosti bene tra
la gente. Ma se non ci fossi tu non
si divertirebbero affatto, tra la gente.

*

Sappilo che sotto
la cenere dell’urna
c’è la parete di una casa
costantemente in fiamme
per i suoi figli,
sulla parete c’è una porta
una portafinestra
proprio raschiando il fondo,
trasparente al vuoto,
e quella porta ti lascia
fuori, all’addiaccio,
senza campanello
squillante per rientrare.

*

Dovrai sfondare la porta.
O far sapere di te.
O ogni zecca dovrà,
stecchita sui tacchi
di quello stipite vile,
avere tra le fauci molli
allarmanti della microscopia
il tuo nome, come
un laniccio di lerciume
da portarsi dietro,
ribrezzo millenario,
filamentoso.

*

Ma dietro la porta,
non ti chiederanno niente,
solo di non far casino,
dalle 14 alle 16
per la siesta dell’isola
della pena in fiesta,
perché dovrebbero riposare
dopo il tanto da lavorare,
rimpinzare, prendere e consumare
(te lo dedicheranno,
a mo’ di lascito,
quel pannello solare,
quell’ultima buccia
ambientale.)

*

Fila altrove.

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