Un’intervista di Raoul Bruni nel blog Sul Romanzo: “Alessandro Raveggi: La scrittura e i viaggi”

È uscita oggi un’intervista del critico Raoul BruniAlias, L’Indice dei Libri, Alfalibri, ma anche assegnista di ricerca dell’Università di Padova e riconosciuto leopardista – nel blog Sul Romanzo. Dove si parla dei miei libri e dei miei autori, dell’ultimo libro uscito per Transeuropa, del libro su Calvino che uscirà per Le Lettere nel corso del 2012, del romanzo inedito Nella vasca dei terribili piranha (con un estratto). Buona lettura!

La scrittura e i viaggi

di RAOUL BRUNI

Alessandro, tu hai compiuto studi filosofici, laureandoti e addottorandoti in estetica, mentre solo più tardi hai iniziato a occuparti, come studioso, di letteratura contemporanea. Che apporto ha dato la filosofia alla tua scrittura letteraria?

Agli esordi ha dato una certa cripticità, che è andata snellendosi con il tempo. Penso ai miei primi due libri di poesia (L’evoluzione del Capitano Moizo e Disney contro le metafisiche, Zona 2006 e 2008, n.d.r.), dove la filosofia, come linguaggio della Krisis e del pensiero debole, veniva passata al tritacarne ironico, al frullatore, abbassata di grado, rese chiacchiera, jargonda festa studentesca. Ma anche oggi non riesco a pensare ad un libro, a un poema o a un romanzo, senza confrontarmi con categorie filosofiche, senza vedere nel disegno dello stesso libro un disegno più grande. Certo un disegno “laico”, forse meno ridicolizzato, ma non certo un qualcosa di auratico, di occulto. Non c’è cosa più cattiva di una letteratura infarcita di simbolo filosofico, il quale deve stare alla radice, a lavorare, non in superficie, a deturpare il verso o la narrazione.

Se non sbaglio, hai cominciato a occuparti di letteratura contemporanea nell’ambito di una borsa di ricerca post-dottorato presso l’Università Nazionale Autonoma di Città del Messico. Credo che il tuo soggiorno in Messico abbia fornito nuovi e preziosi impulsi alla tua ispirazione. La tua ultima raccolta poetica, La trasfigurazione degli animali in bestie (pubblicata l’anno scorso da Transeuropa) ripercorre, sia pure in modo del tutto particolare, la storia della colonizzazione del Messico. Quali esperienze e quali materiali ti hanno suggerito l’idea di questa opera?

Il Messico è stato per me come un rito di passaggio nel Fuoco Nuovo, quel rituale degli aztechi, lo Xiuhmolpilli, compiuto per scongiurare la fine di un Mondo. Un rito di passaggio dove certe ferite dello stare in Italia si sono rimarginate alla fiamma, mentre alcuni arti si sono riavuti da una cancrena emotiva. E questo l’ho notato anche nella scrittura. In Messico, la mia lingua ha all’inizio faticato. Facevo molta fatica a scrivere in italiano, con la continua interferenza dello spagnolo, parlato, scritto e sognato 24 ore su 24. Questo ha provocato la nostalgia dell’italiano. E un nuovo lavoro sulla lingua, di precisione, di snellimento, di rilettura di classici, senza rinunciare ad un certo massimalismo. In questo però, di nuovo, c’è stato il feedback dello spagnolo, e soprattutto dello spagnolo parlato dai messicani: dove registri alti, formalità cinquecentesche, e strappi dal basso si avvicendano, dove termini aulici di origine latina convivono senza sperimentalismi con termini apparentemente colloquiali e volgari che hanno a ben scavare un’origine nahuatl (la lingua degli aztechi). Arrivando a La trasfigurazione degli animali in bestie, sicuramente in questo poema si sente anche il fascino che ho subito nei confronti dei codici preispanici, gli autentici giardini di simboli e tavole combinatorie di mitologie e deità che possono essere consultati spesso e volentieri più nelle biblioteche d’Europa che in quelle messicane. Ma che se consultati o anche solo scorti in Messico assumono il valore di uno scandaglio profondo del luogo dove poggiavo il mio piede ogni giorno. C’è poi l’idea di un’animalità originaria in cui la figura umana è praticamente assente nel tempo ciclico del sacrificio e che arriva in America solo con l’avvento dei conquistadores e del tempo lineare della Storia universale, un’idea dell’umano come piaga che si può trovare già in Lévi-Strauss. È l’umano del capitalismo rampante, che rende gli animali sacri delle bestie da soma, che divengono anche bestie da parco giochi, quello dell’esotismo europeo. Nel libro non voglio formulare però una condanna radicale della sopraffazione e dell’esotismo, e questo l’ho imparato dalla scrittura del libro stesso, nato, è bene a sapersi, nella quarantena di quei giorni di febbre suina a Città del Messico, nel 2009. Il libro nasce quindi come esorcismo, più che da esercizio. Un esorcismo all’inverso: esorcizzare la mia attitudine europea nella terra del Messico, con un libretto d’istruzioni per la Conquista che fosse in realtà una seduta psicanalitica della stessa coscienza europea. Di epidemia si parlava nel 2009 e di epidemia portata dall’europeo si parlava nel Cinquecento.

Anch’io ho riscontrato nel La trasfigurazione una forte prospettiva antropologica e politica che però non si irrigidisce nel manicheismo dell’ideologia. Un  altro aspetto che mi ha incuriosito è il fatto che tu abbia affiancato al testo poetico italiano una traduzione spagnola. A cosa è dovuta questa scelta?

Per condividere il mio decentramento. Lo spagnolo, per gli iberoamericani, è un’esperienza di transcodificazione, di ponte: quello che loro usano per esprimersi, per esprimere la loro identità meticcia, quindi una lingua bifida. Leggere un’istruzione di distruzione della quale loro stessi sono vittime originarie e figli, credo sia stato un modo per parlare con il lettore latinoamericano: oggi più che mai mon semblable, mon frère perché considero il Messico una mia patria acquisita e i messicani tanto connazionali quanto gli italiani.

Tu sei conosciuto soprattutto come poeta, ma in realtà sei anche un prolifico narratore. Io ho avuto l’opportunità di leggere e apprezzare un tuo romanzo ancora completamente inedito,Nella vasca dei terribili piranha (di cui forniamo un estratto in appendice a questa intervista). Potresti presentarlo brevemente a chi ci legge?

Parallelamente alla scrittura poetica, ho sempre coltivato la scrittura in prosa, anzi ho esordito nel 2003 con una prosa teatrale per Titivillus edizioni, mentre un’altra mia prosa teatrale del 2006 è stata finalista al Premio Riccione. Ancora inedita una trilogia, Teletext 777,che raccoglie i miei testi teatrali messi in scena in vari teatri italiani. Tra la prosa, la poesia e il teatro per me c’è stato sempre quindi un dialogo. Ho scritto anche vari racconti, alcuni dei quali sono usciti su riviste e antologie. Quanto al romanzo Nella vasca dei terribili piranha,si tratta di una mappa che ruota attorno a un personaggio invisibile: un leggendario ragazzo-pesce, descritto in modo prospettico da altri personaggi, fino a divenire mito e meme, moda virale. Il racconto segue proprio le “gesta” di questo naufrago senza nome, che dalle Isole Canarie, dopo varie peripezie per l’Europa, si trova ad arrivare a Firenze, come un impensabile supereroe a capo di una rivolta di clandestini, nei giorni di una rediviva Alluvione. Questo filo rosso del racconto si intreccia con le storie degli altri personaggi. C’è Carolina Calderón, un’attrice di telenovelas che sfugge alla piaga dei sequestri in Messico, e che vediamo nella sua partecipazione ad una setta di ex-attrici in pensione, una sorta di Scientology, che attende la vita eterna nel rito eucaristico della carne di figli d’Atlantide. C’è Vittorio Buono, un manager romano errante, un Geremia Peachum da Opera da tre soldi, che vuole far business con un Dangeon & Dragons di lotta iperrealistica tra bambini talentuosi. E c’è soprattutto Alfredo Vannucchi, un altro italiano errante, in Norvegia per un Erasmus. Un ventenne informatico fiorentino, uno di quei tipici nerd con le sue magliette black metal tutte uguali e mai tolte di dosso. Lo scopo del suo viaggio è quello di testare un dispositivo palmare basato sugli I-Ching, per risolvere il fatalismo e l’abbrutimento dell’Italia, in quella che definisce un franare più che una fine vera e propria dell’italianità. Ognuno di questi personaggi – ce ne sono altri, minori – pare muoversi verso un rinnovamento personale o epocale, e vedere nel giovane ragazzo-pesce l’emblema di questo rinnovamento. È un romanzo-mappa che ho pensato sulle idee di sincronicità e coincidenze significative che troviamo in Jung, e sulle conseguenze grottesche che, coincidenza dopo coincidenza, portano alla mitizzazione a Salvatore del protagonista. C’è ovviamente molto di picaresco e di fantastico, nel libro. Ma un picaresco che cerca di convivere con una realtà quotidiana irretita da conflitti generazionali, lavoro evanescente, sfruttamento e marketing virali. E un fantastico direi ancora una volta prospettico, che rispetta le leggi fisiche della realtà, ma ne allarga il valore esperienziale fino ad un livello ESP. Per questo ogni effetto comico arriva al bordo della catastrofe, al limite di strappo e di sopportazione della realtà: la catastrofe economica europea, la catastrofe ecologica delle piogge battenti che percorrono tutto il romanzo, la catastrofe di una lotta tra generazioni di vecchi ringiovaniti e giovani invecchiati velocemente.

Anche una parte di questo romanzo si svolge in Messico. Ci sono dei punti di contatto tra il romanzo e La trasfigurazione?

Le parti del romanzo sul Messico sono state scritte nel 2008 dopo un breve soggiorno a Città del Messico. Sono arrivate di getto, ma non possono essere considerate autobiografiche. È stata una sfida, perché in quelle parti è una donna la protagonista, e non è mai consigliabile partire da un punto di vista femminile per scrivere il primo romanzo… Nel romanzo il Messico è un luogo d’origine, seppur intensamente descritto e “odorato” nei suoi gusti e nelle sue strade, mentre ne La trasfigurazione degli animali in bestie è un luogo d’arrivo personale, una specie di permesso di soggiorno per un europeo.

Nella vasca dei terribili piranha è un romanzo piuttosto originale nel nostro panorama letterario  attuale e non mi vengono in mente romanzi italiani recenti a cui accostarlo; il tuo romanzo inedito mi ha ricordato piuttosto certi importanti narratori latinoamericani, ad esempio il Roberto Bolaño di Detective selvaggi.

Non saprei definire le influenze che pesano su questo romanzo, perché sono varie e provengono non solo dalla letteratura, ma anche dal cinema (Lynch) e dal fumetto (Alan Moore). Sicuramente Bolaño è una di quelle, assieme alla letteratura latinoamericana in generale – Cortázar, ad esempio. Ho letto i Detective selvagginell’edizione Anagrama in spagnolo, era uscito da qualche anno (nel 1998) e in Italia manco si  sapeva chi fosse Bolaño – io mi trovavo in Spagna per amore più che per studi, e quel libro mi ha guardato dallo scaffale di una piccola libreria andalusa, cercandomi proprio come ha fatto successivamente quel Distrito Federal descritto da Bolaño. Poi, Nella vasca dei terribili piranhaha sicuramente alle spalle anche molto Pynchon e John Barth (specialmente Giles Goat-Boy), ed in generale la letteratura americana, con suggestioni da Melville in primis. Solo da poco mi sono riconciliato con la letteratura europea e soprattutto con la letteratura italiana, terra poco propensa al picaresco. Questo perché il tono picaresco pare essere associato o alla letteratura popolare di Salgari o ad un certo tono proto-fascista visto con profondo sospetto. Non è un caso che in Italia quando si parla di realismo magico pensiamo a Márquez e ci dimentichiamo di Bontempelli perché è stato un fascista della prima ora, salvo distanziarsene successivamente. Ti potrei indicare però un grande romanzo, di recente ristampato da Rizzoli, che ha sicuramente favorito la scrittura: Cima delle Nobildonne di D’Arrigo.

Concordo con te sull’importanza di Bontempelli e D’Arrigo, due autori il cui valore non è ancora stato adeguatamente riconosciuto, ma, a proposito di letteratura picaresca, mi viene in mente un altro grandissimo scrittore italiano, anzi toscano come te, Carlo Lorenzini (alias Collodi) – di cui, tra l’altro, tu ti sei  occupato recentemente come critico. In fondo anche nel suo Pinocchio ci sono aspetti picareschi, no? C’è qualche influsso collodiano nel tuo romanzo?

Posso dirti che nella scrittura non ho pensato a Collodi, autore che ho riletto solo ultimamente. Forse però l’influsso della nostra comune terra d’origine si sente, una terra di viaggiatori, non solo del passato più remoto: penso ai toscani Maraini, Malaparte, o alla figura affascinante dell’indologo e bakuniniano De Gubernatis, che a Firenze ha pubblicato i suoi studi più importanti. Il picaresco è così una componente fondamentale del libro. È stato essenzialmente un modo per non trattare moralisticamente un tema che in Italia è stato sciroppato ovunque fino alla nausea: il precariato. In questo, l’aspetto picaresco, “precario”, avventuroso, di Pinocchioè stato molto addolcito dalla sua ricezione moralistica – il lettore che prende il punto di vista di Geppetto – che ha forse anche offuscato il legame tra Collodi e autori europei come Sterne. Se infatti siamo di fronte ad un libro sulla Bildungo l’apprendistato alla vita del burattino, questa Bildungè picara, aperta all’ambiguità. Il personaggio anfibio e prospettico del mio romanzo certo non è così “visibile” come Pinocchio, ed è molto più radicale il suo messaggio: il vero fine dell’educazione è il sacrificio, perché dal sacrificio parte la rigenerazione dei tempi. È un personaggio descritto per scarti, ora come un ventenne moribondo dopo un naufragio ora come un lavoratore clandestino del mercato di Madrid, ora addirittura come un adolescente o un bambino preda di un folle gioco iperrealistico, ed in questo sta la sua vera mostruosità. Anche lui però si pone in contrasto con forme di infantilizzazione della società, come la clandestinità controllata e la spettacolarizzazione della gioventù portata avanti da Vittorio Buono. Potremmo dire che il mio personaggio è assieme Pinocchio e Pesce-cane, fanfarone Burattino e crudele Balena, ovviamente si parva licet…

Purtroppo il mercato editoriale italiano non concede molto spazio ai narratori che si pongono ai di fuori del romanzo di genere; oltretutto, come dicevamo, Nella vasca dei terribili piranha ha una struttura narrativa assai complessa. Sei già riuscito a trovare un editore?

Molti editori – specialmente e sorprendentemente quelli di alto livello – hanno dialogato con me in sede di valutazione, molto gentili e attenti.. Alcuni me l’hanno chiesto personalmente, rimanendo colpiti da alcune parti lette online in bozza o consigliati da alcuni scrittori. C’è stato un unanime riconoscimento sullo stile e la complessità. “Ma il lettore sarà pronto per una cosa così?”, era il refrain finale. E come sappiamo il punto di cottura del lettore sta in tutte le ricette dei direttori editoriali di oggi, che devono fare di conto con il direttore commerciale per far quadrare i conti a fine anno. Pare che questi conti debbano includere anche il grado degli intossicati dalla letteratura di libri atipici. Posso dire che il romanzo piace molto agli scrittori che l’hanno letto, ma è sicuramente un osso duro per gli editor. Capisco poi che sia un libro difficile da promuovere, ma solo se si pensa che la promozione sia qualcosa di vecchio, legato alla vecchia logica del “Assomiglia a Moravia”, e non possa procedere in modo inter-mediale e creativo. Nemmeno la Cirio usa più slogan come “Buono come il sugo fatto da mamma”, e la letteratura è un mezzo duttile, ti permette di far “esplodere” il libro in molti modi, per diffonderlo tra i lettori.

L’America Latina è entrata dunque prepotentemente nella tua attività letteraria più propriamente creativa, e, ultimamente, anche nei tuoi interessi critici. Potresti parlarmi dello studio su Calvino e le Americhe che stai per pubblicare?

Il libro, che uscirà nel 2012 per Le Lettere, è un studio sul viaggio culturale di Calvino nelle Americhe. Il tentativo di fare i conti con questo riferimento continuo alle Americhe (non solo Stati Uniti, ma anche Messico) come alterità e specchio deformante. Dalle prime fascinazioni per la letteratura americana, alle corrispondenze di viaggio dagli Stati Uniti, ai viaggi in Messico riflessi in Palomar, Sotto il sole giaguaro, Collezione di sabbia, l’intervista impossibile a Moctezuma e le prefazioni ai libri di Burland sullo stesso imperatore azteco e al Cecchi del suo libro di viaggio Messico. Studio così il modo del viaggio etnografico nelle Americhe di Calvino – e non dimentico anche i viaggi in Iran e Giappone – considerando il suo più profondo scetticismo nei confronti dei reportage di viaggio. Ovvero considerando il fatto che, per il Nostro, viaggiare era essenzialmente collezionare oggetti del desiderio che sono ocelli di sguardo dall’altrove, mentre si è sporti sul baratro di un abisso comune tra culture. Un viaggiare che può essere cioè fatto oltre l’effettivo spostamento, ma essendo da sempre decentrati (come Calvino lo era nel panorama letterario italiano): camminando verso un negozio di formaggi a Parigi così come al cospetto dell’albero del Tule a Oaxaca, Messico, infestato dai flash dei turisti nipponici. Il viaggio di un Calvino “americano” viene da me descritto come viaggio alla fine delle culture nell’indifferenziato turistico e nella monocultura occidentale, ma anche come luogo di possibile sopravvivenza dell’identità nella differenza, contrario ad una facile nomadologia. Perché un viaggio fatto di collezioni (di musei, come in Collezione di sabbia,che sono luoghi d’incontro-scontro come ci ha insegnato l’antropologo James Clifford) e di città-mostro dove Marco Polo cerca tuttavia di conservare la propria identità in un cronotopo del desiderio. Nel libro, è acclusa anche una riflessione che scova la voce di Calvino in autori come Carlos Fuentes, che vide nell’italiano una poetica del riconoscimento, del dare voce a chi ancora non ha voce, molto utile per descrivere la lotta per l’identità latinoamericana… questo proprio quando in Italia si gridava al postmodernismo e al Calvino ‘moralista’ di Berardinelli e negli Stati Uniti si scrivevano fior di libri sulle sole, sebbene importanti, Lezioni americane. Il tema del viaggio è trattato da me quindi menocome viaggio testuale nei sentieri dai destini incrociati della scrittura di un certo Calvino, e piùcome viaggio etnografico di un’identità italiana trans-locale, ma anche legata ad una tradizione visionaria e esploratrice dell’Italia stessa. Una tradizione, un modo di abitare nella narrazione ambigua di una nazione, direbbe Bhabha, che Calvino segnalò spesso come minoritaria e sommersa da un tendenza italiana al parrocchiale, all’arretratezza compiaciuta à la Pane, amore e fantasia, al paternalismo cattocomunista. 

> Ecco un estratto del romanzo inedito Nella vasca dei terribili piranha

Le ombre sono simili nella pasta, salvo che per una curvatura quasi geometrica di quella, che si slancia timidamente dai piedi di Marinatos. I contorni, le moine, le convulsioni però sono diverse. Nel bagno, le imposte impongono una luce a spioventi, che graffia spostandosi a tratti sui listelli, come se facesse il giro braccando la casupola in senso orario. L’ombra di lui, che esce dal bagno, e ora pare ricomporsi le spalle e ciondolante trascinarsi verso la cucina, segue il ritmo di quel pendolo, ritraendosi, allarmandosi e poi placandosi in alcuni tremolii. L’ombra di Marinatos invece si stende esterrefatta e circospetta, pia, mantenendo la sua piattezza, attendendo la calma dell’altra e adeguandosi alla luce gialla della cucina, che uniforma quella che vibra nelle imposte dietro le sue spalle. Si incontrano a tratti, le ombre, sbattendo le teste e fondendosele l’una con l’altra, l’ovale di lui e l’arruffata di Marinatos.

La prima ha ingaggiato la lotta.

Dal centro della massa di quello, che ora si appoggia con le braccia alla struttura della porta del bagno, come piantando il suo bacino nel legno, s’emette un suono costante, rumori di un cantiere in lontananza, una pompa che lavora e spurga e tira su fango dalle fondamenta tutto il giorno, e che rimane nelle orecchie degli operai, per tutta la notte. Se Marinatos si sofferma su quel rumore, gli batte nel petto come volendolo spianare. Altrimenti rimane un sottofondo sofferto di costanza. L’ombra di quello ora si stacca dalla porta del bagno e mangia quella di Marinatos, che pare cercare di sfuggirgli.

Quell’ombra è stata svegliata dai singhiozzi del vecchio filisteo, che ha rovesciato tutti gli oggetti accatastati sul tavolo da lavoro al suolo. Il vecchio ha le braccia sfregiate da graffi rossi, a livello dei bicipiti, e le vene ancora pulsano tra quei muscoli gonfiati e sul collo tirato dalle pulsazioni. Lo guarda con due occhi che sembrano due piccole aureole disincarnate sulla via della sparizione, traballanti e stereoscopiche in ogni angolo della stanza a cercare equilibrio. Ne vede molte di figure vertiginose, il vibrare di un ciuffo grigio di Marinatos che fa l’altalena sulle sue labbra, come una lenza che va a pescarci qualcosa, il battito polmonare che si estende dalla cassa toracica fino a tutta la stanza, spezzandosi in alcuni schianti di tosse molto acuti, che rinvigoriscono i rilievi delle vene. Ogni sua sensazione è al contempo una condivisione e una novità, è ovunque, e assieme, di fronte unicamente al vecchio, circondato da una corona spinosa di voci, che non provengono dal suo diaframma.

«Ti cercano, joder… ehm… Juan», gli grugnisce feroce Marinatos, porgendogli un lembo di carta di giornale, dal quale rilegge il nome. La sua voce emerge dal consesso di spine in testa, ringhiante. «La sorte, la puta suerte, vuole che adesso cercheranno pure me. E sai perché? Perché ho trovato te, semplice, joder. Voglio vedere se qualcuno poi mi viene a trovare me, e così via. Mi capisci, joder? Capisci la catena bestiale che mi stai propinando?»

Le frasi di Marinatos sono urti della bocca trattenuti, raschiamenti di gola e un lembo di labbro sullo spigolo destro, che rimane attaccato e si riempie di pappa bianca, filamentosa, pappa che si espande e contrae come un mantice tra le erre e le esse. Quel foglio di carta è un lembo di materia insignificante senza riflesso che contrasta con alcuni brillii e la corona di parole che ancora vortica.

«Dobbiamo andarcene, joder. Tu dalla tua. Io, il nonno che si fida della gente, dalla mia. Non lo vedi che casino, joder, hanno fatto i tuoi amici là fuori?», gli dice insistendo, mentre indica l’esterno.  «Ora cercano di farmi, joder, paura anche con questo annuncio. Annunci che mezzo mondo legge, joder…»

L’ombra di lui tentenna davanti a Marinatos, per un attimo si asciuga. Ha la pelle giallastra, livida, a tratti violacea, le labbra cerulee, come consumate in un atto efferato. Si accarezza un braccio, come incontrandolo per la prima volta, palpandoselo irrealmente.

«¡Vete a la mierda, imbécil!», gli bercia contro Marinatos, aprendo la porta della casa-fortino, e poi dandogli un calcio per spalancarla. La maniglia salta in aria, rimanendo poi a vorticare per terra, come una trottola. Marinatos perde l’equilibrio per il calcio, e cade anch’egli a terra tra lo scatolame. L’altro si mette di spalle alla porta pervaso dalla luce bianca che nel suo fragore nutre l’ombra in contrasto. Si fa imponente e vince definitivamente quella di Marinatos. Poi non rimane che luce, funestata da ancora altri elicotteri che ci sguazzano dentro, aprendola in strappi. E Marinatos, con le spalle abbassate, che gronda della sua sconfitta, infreddolito, schiaffeggiato al suolo dalla disdetta, che tira pugnetti al pavimento. Così si alza e corre via verso il mare, grugnendo.

 

Raoul Bruni (Firenze, 1979) ha insegnato Letteratura italiana all’Università di Firenze ed è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova. Collabora a “L’Indice dei libri”, “Alias/ Il manifesto”, “Poesia”, “Alfabetadue” e a varie riviste accademiche. Ha curato il volume sulla teoria e la storia dell’aforisma La brevità felice (Marsilio 2006, con Mario Andrea Rigoni), la raccolta epistolare di E. M. Cioran Mon cher ami (Il notes magico 2007), Opera prima (San Marco dei Giustiniani 2008) di G. Papini e il volume miscellaneo Venezia e le altre (Il notes magico 2009). Il suo libro più recente è Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos (Aragno 2010).

 

Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) ha pubblicato quattro libri, di cui l’ultimo “La trasfigurazione degli animali in bestie” (Transeuropa 2011). Suoi testi sono apparsi in importanti riviste e webzine italiane, tra le quali «Poesia», «il verri», «Doppiozero», «Alfabeta2», «Nazione indiana», «Carmilla», «Il primo amore», «Nuova Prosa», «Semicerchio», oltre che in molte antologie. Dopo anni di ricerca teatrale come direttore e drammaturgo (finalista Premio Riccione 2007) è stato assegnista in Letteratura italiana della Universidad Nacional Autonoma de Mexico. Nel corso del 2012 uscirà per l’editore Le Lettere il suo saggio “Calvino americano”. Il suo weblog è: https://colossale.wordpress.com/

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