Un racconto sulla Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior

È uscito oggi il nuovo numero della Rivista di Filosofia Analitica Junior, che mi aveva invitato qualche mese fa per la loro rubrica di narratori contemporanei (già pubblicati Paolo Nori, Giorgio Fontana, Vincenzo Latronico). Il racconto è una riscrittura di un testo scritto qualche anno fa per un sito curato da Marco Candida. Eccolo qui, il racconto.

OFFERTA DELL’ULTIMO MINUTO

Né la mia stazza né la mia età mi permettono in fondo di considerare vani gli sforzi per convincere il passeggero seduto davanti al mio posto lato corridoio di questo Boeing, diretto in una città dove mi farò curare per l’ennesima volta da un male tentacolare, che dovrebbe estinguermi entro pochi mesi. E per il quale molti amici hanno considerato inutili i miei frequenti sperperi di denaro. Il passeggero in questione, del quale lo steward nero, dai denti perfetti come mentine, non si è accorto della posizione scorretta dello schienale, ora che siamo al decollo – e gli annunci hanno più volte insistito sulla corretta posizione dello schienale – è proprio quella bionda insipida dal naso pronunciato e la zazzera tagliente, che al gate numero 3 mi ha rivolto sfuggente alcuni bocconi di parole. Domandava, inciampando tra un tu e un lei di cortesia, dove fosse la toilette. Quindi se fosse quello il gate numero 3. L’aveva domandato in quel modo, come per attaccare una conversazione lasciata in sospeso da anni con un caro amico, al quale si vuole fare il gioco del cù-cù-guarda-chi-si-rivede. Perché il cartello verde della toilette come il 3 luminoso del gate erano ben evidenti sotto il suo occhio dal grigio esangue. Lei ha indugiato su quel tu e quel lei, si è confusa solo per riprendere il filo o temporeggiare, o anche semplicemente per cercare qualcuno con cui condividere la noia di due ore ciondolanti tra i cartelli del duty free, con un bagaglio a mano un po’ troppo furbo, stretto, lungo e zeppo, in un aeroporto dove dominavano lugubri lastre ospedaliere alle pareti. Bandelle disgustose giallo pallido che ho scrutato, mentre lei vi scorreva sovrimpressa, deambulando da una parte all’altra, dandomi occhiate e poi, infine, venendo a parlarmi. Trovava una forte attrazione inconfessabile nei miei confronti? Il suo viso ancora giovane si tagliava già come una donna slava, e magari aveva voglia di spassarsela con un vecchio malato e claudicante.

Non credo adesso però di piacerle, perché lei, facendo soffrire il suo sedile, lei la donna seduta davanti a me, non si preoccupa ora se sta premendo, se sta schiacciando il sedile sulle mie ginocchia, che, per quanto circondate da cuscinetti adiposi, sono sempre ginocchia di un sessantenne e passa, messo non proprio bene. Lei si stira, ignorata da qualsiasi steward o hostess che potrebbe redarguirla. Nessuno la sfiora e la considera, dal momento in cui ha deciso di molestarmi. Ha deciso di sedersi sul mio corpo, aggiustando a piacimento il suo comfort. Vi si adagia.

Causa così l’instabilità emotiva del decollo, quando il distacco da terra potrebbe risultare fatale, polverizzando come cornflakes zuppi di sangue tutti i passeggeri in una caduta goffa e sbilenca dell’aeromobile, una fantasticheria, che aveva già altre volte attraversato la mia mente, una foglia infetta e solleticante, ritorna quindi a solleticare: che io stia entrando in contatto definitivamente con la Parca, la donna impietosa che mi estingue da dentro con uno dei suoi tanti accoliti tentacolari, distribuiti per il mondo a farle il servizio. Stavolta è venuta a ritirare personalmente il conto, a portarmi lo scontrino e ad avere il resto. La Parca, contro la quale ho speso molti dei mie quattrini come in un campagna politica tra outsider ecologisti e poteri forti inquinanti. Che ho maledetto e a volte ho pure pregato di incontrare, spossato di lacrime sul davanzale di casa mia a Roma, mentre curo i gerani che non vogliono più fiorire. La Parca che mi sono altre volte ripromesso di accogliere in modo gioviale, senza piagnistei. Gioviale, come lei non pare stia essendo, affatto gioviale in effetti nello schiacciarmi le ginocchia e nel mettermi lo schermetto video quasi in bocca, con le istruzioni per respirare in caso di depressurizzazione della cabina che mi si appressano alla faccia, ad imboccare forzatamente un fanciullo ritroso.

Lei si sta quindi manifestando, per una magia fluida psichica per la quale se tutti stanno in un preciso momento clou a pensare alla Parca – tutti pensano a lei prima del decollo, almeno un attimo, è evidente – allora lei si manifesta a qualcuno in particolare – cioè a me – risparmiando gli altri. E si sta manifestando così, insoffribile, schiacciando il suo sedile sulle mie ginocchia, e parlando, con la sua voce cigolante come il suo sedile bianco e azzurro – e giallo! Giallo pallido ancora, come le bandelle dell’aeroporto, forse un altro suo presagio – parlando del suo lavoro tanto ben pagato. Sempre in viaggio tra San Antonio e New York, con le camere d’albergo newyorchine che, per essere decenti, non devono costare meno di 250 dollari. Ha parlato alla hostess, una sola volta, per il momento, e severa, con quell’inglese così ignobile, come se avesse appena portato a termine un diploma tecnico di un raffazzonato Istituto Tecnico per il Turismo. Ora millanta pure l’elevata conoscenza delle lingue con il passeggero al suo fianco. Si lamenta del fatto che qualcuno ha spostato il tuo bagaglio nello scomparto superiore, con quell’inglese così preparatorio e macchinale. Lì, nello scomparto, ha di sicuro conservato la sua falce rugginosa e famelica, passandola come oggetto impercettibile sotto i raggi x del check-in. Per quello si lamenta. Non è facile scombinare il determinismo della Parca, senza irritarla. Anche se lei, implacabile, parla degli alloggi a New York a più di 250 dollari. E l’aereo intanto prende la rincorsa, una rincorsa da lei tenuta sul palmo. Ci farà cadere? Uno, due, tre, quattro…

Il decollo è andato, e la Parca non è venuta per me, o almeno per farmi morire in un incidente aereo, sebbene manchino ancora almeno: l’insidia possibile delle gelide Alpi, l’imprevedibile fine tragica per ammaraggio nello Stretto della Manica, o una più banale avaria del motore piombando dritto su di una minuscola cittadina scozzese che prende il nome di una vecchia contea, ora ricca di asili nido e scuole elementari. È però un dispendio di energia forse troppo grande mandare in pappa così tante persone, per far morire solo questo grassone italiano vecchio e malato che sono, dalle efelidi spruzzate in viso come da uno sputo tribale. Un italiano da buttare, che viaggia in intercontinentale, non per moda o per lavoro o per millantare di sapere le lingue o i prezzi degli alberghi a New York. Va a fare lo stupido, il sagace e il sarcastico coi dottoroni per il suo male, aggrappandosi al lettino ad ogni passaggio di stetoscopio, ad ogni risonanza magnetica. Lei lo sa. Ce l’ha scritto sul suo taccuino nel bagaglio dello scomparto superiore, c’è scritto che presto sarà il mio turno. E che devo smetterla di fare il ridicolo. O di piangere davanti ai gerani come fossi una vecchia prefica del teatro romano.

Il sedile della bionda Parca rimane nella posizione di sempre, tutto appressato alle mie gambe, e io cerco di sgusciare dalla sua oppressione regolando a mia volta il sedile. Assumo così la posizione di una sardina inscatolata, specie perché dopo poco sto sudando di quel sudore peculiare degli aerei, che fa del burro dei panini con la vinaigrette e di tutti gli odori compressi nei cartocci di cibo – che ancora non ci hanno servito – un lubrificante unico sul viso e sui miei capelli grigi, pettinati come sempre, come una volta si pettinavano i bambini mettendogli acqua di colonia, districando con violenza i nodi. Sono bloccato anche verbalmente, perché non so come protendermi, per farle un:

– Mi scusi, guardi, sa, mi sta opprimendo… – o, al limite, per tossicchiarle nervoso, farle capire che è troppo con un:

– Mm. Cof. Mm. Grr. Cof. Mm. Cof. Grr. -, oppure ancora un più aggressivo:

– Ma come diavolo ride lei? Guardi, davvero, non se ne può più. Mi sta opprimendo, da troppo tempo! Fin dalla nascita, in effetti! Strappandomi dal ventre di mia madre! Con quei problemi ai reni che mi fecero stare per mesi nella mia culla come una violacea prugna secca! Lei era lì, signora mia, con quella stessa risata!…

Nessuno però reclamerebbe alla Parca di sentirsi oppresso dalla sua risata, quella che adesso lei lancia sprecata a pallonetto al suo vicino di posto che non sa altro che annuire e spulciarsi la testa come un babbuino. Cose dell’altro mondo: lei, la Parca, dice che: No, non ha paura dei malviventi la sera mentre torna in albergo a New York – ci credo, è la Parca, le fanno un baffo i suoi scagnozzi, i suoi quaccheri… Lei che esce dal suo lavoro – o ci rientra, non si capisce – dice che non ha paura di… – come li chiama poi? – di quei tipi caraibici negli Stati Uniti. Sì, dice: dei caraibici degli Stati Uniti. Mi viene da ridere dell’ignoranza tutta primitiva e prelogica della mia bionda e zazzeruta Parca. Vorrei quasi alzarmi per andare al bagno, d’orgoglio, svincolarmi con un agile guizzo dalla sua morsa reclinata su di me. Svalutarla, sprezzante. Tanto lei ha già deciso tutto, e quella sua idiozia è solo una maschera di fango, pronta a squagliarsi da un momento all’altro in un gesto gotico, serioso e marziale di superbia che rivelerà il teschio notorio.

A scoraggiarmi nell’intento d’alzarmi, ci si mettono però le turbolenze, che ci fanno subito planare come sull’acqua, in tante immersioni e emersioni, accompagnate dal segnale della cintura allacciata che si accende e si spegne, con quel ping che ha un piccolo tratto di suono lugubre pong al suo inizio, come a dire:

– Eccoci, adesso ci siamo, è finita davvero, vecchietto dei gerani.

Ma penso che le turbolenze non hanno mai ammazzato nessuno, sono come il raffreddore dell’aeronautica, fastidioso ma innocuo, almeno che tutti gli aerei in volo non si mettano a starnutire all’unisono – allora accadrebbero disastri e genocidi come quello tra gli spagnoli malaticci e i prestanti indios d’America, una guerra vinta a suon di starnuti. Per morire di turbolenze, nel nostro singolo aereuccio, mi passa ancora per la mente un’immagine lugubre: queste dovrebbero essere talmente forti da farci ingoiare lo stomaco o schiantare i cervelli nello scomparto superiore, coi sedili macchiati di una sostanza simile a tanti gamberetti sminuzzati di bassa qualità in un riso di mare.

Siamo a metà viaggio, sorvolando forse un mare immenso che durerà ore là sotto. la Parca è un po’ più considerata dalle hostess, si atteggia quasi ad una di noi comuni mortali che vanno all’estero a farsi vedere in stanze cristalline al cloroformio, o a rifarsi una vita, o a farsi disperdere la gioventù in una friggitrice orrenda per poche sterline al giorno in un accrescimento spirituale che andrà presto a rotoli. Lei invece ha il suo bel lavoro, non si capisce però cosa faccia di preciso, sempre in quell’albergo lussuoso di New York o tra New York e San Antonio. Cerco di intuire il suo lavoro, quando mi balla la pancia flaccida alle turbolenze sempre più insistenti, e lei si protende a raccontare ancora di se stessa, spudoratamente, al suo vicino. Capisco che ci lavora proprio, negli hotel. È un po’ il factotum degli hotel, una manager dell’anticamera dell’inferno a cinque stelle, dove ognuno di noi ha il suo numero prefissato sulla chiave, chi con vista sulla palude Stigia chi verso le torri di Dite la città infernale. Chi vi arriva è come adagiato nella propria suite e viene semplicemente dato in pasto ai suoi demoni, tutto incluso nel servizio in camera: sputano i nostri denti nel piatto, i suoi cherubini trasfigurati con groppe equine, mentre ci divorano la faccia e succhiano bene i bulbi oculari come uova. Ho evidentemente molta fame e non stanno servendo niente. Ed io sono sarcofagale, in questa posizione.

Fortuna che, dopo il massaggio addominale delle turbolenze, arrivi il momento degli snack. E lei parla alla hostess quasi confidente, all’orecchio. È una cliente speciale, ovviamente, di prima classe, può avere un pasto speciale, è però seduta in classe economica, si permette una certa candidezza con la hostess: la classica sua falsa democraticità. Che starà ora bisbigliando alla hostess? Consigli su come uccidermi con una pozione letale negli snack? La ragazza in livrea, con il suo buffo aggrottare il naso da coniglio, pare assentire ai suoi suggerimenti e va dietro la tenda a prepararmi un intruglio letale, invasata come da una formula maligna, gli occhi iniettati di sangue. Arrivano infatti subito dopo dei tramezzini ripieni di salmone, assieme a una limonata in bustina da suggere come un disperato medievale, a dispetto della confezione aggiornatissima.

Potrei abbracciare la mia fine per l’ennesima volta, anche prima che i dottori stranieri possano scaricare dalla mia carta di credito italiana la loro quota giornaliera. Stavolta immagino la mia fine così: con una lingua-stiletto che mi schizza contorta contro il palato e lo fonde per incandescenza verde, fino a spezzarmi il cervelletto, come un cracker. La mia lingua azionata dal veleno. Gradirai anche tu questo salmone al curaro, Parca, specie quando la finirà con la mia bolsa esistenza, corrodendomi fino al cervelletto come una fiammella che sbuccia un sacchetto di plastica? Oppure lo snobberai come una prelibatezza da poveracci – il salmone, si sa, è uno specchietto di nobiltà per gli stupidi – lasciandomi ancora in vita, nella mia classe economica votata al risparmio performativo, di fronte agli sperperi medici e diagnostici di questi anni.

– Non è ancora il momento di avvelenarmi – faccio alla hostess italiana, che rimane interdetta, cerca di convincermi con un sorrisone. Pensa che stia scherzando, tutto goffo e reclinato all’indietro per sopravvivere alla morsa del sedile anteriore della Parca. Infatti non mi aiuta. Rimango così quel corpo affamato pieno di languore dove la Parca si aggiusta ancora la schiena e le natiche, il suo corpo piatto che forse rivelerà alcune ossa, con le anche alate e immemoriali. Io sto con una gamba tutta attorcigliata verso il fuori, sulla quale si scontrano i carrelli delle bevande nelle loro falcate, provocandomi sicuramente lividi sulla mia pelle da salamino spellato.

La Parca intanto continua a commentare a vanvera – una vera opinionista! – stavolta al riguardo del paese dal quale proveniamo, l’Italia, e le sue opzioni sono così vacue che mi viene voglia di girarmi e osservare i due innamoratini al mio fianco che si cantano le proprie canzoncine melense all’orecchio, e prendono la loro vita in prospettiva ascendente: un musical che tutti possono condividere, un musical ascendente al quale tutti possono partecipare con una sorta di karaoke in sovrimpressione che solo gli innamoratini hanno però scritto e che cantano, danzando sulle ali di quest’aereo. Là fuori dove fanno meno 90 gradi e il cielo è terso e pieno delle loro speranze impresse nelle parole del karaoke che scorrono sull’orizzonte. Ma io mi sento buio, in un angolo, col mio geranio che non vuole fiorire mai, senza karaoke né intonazione, con quei commentini della Parca sull’Italia, di sottofondo, così convenzionali, così a tratti forcaioli, ripetendo quella nenia preimpostata del si sa come funziona nel nostro Paese e il voglio dire, è così che si fa in Italia, sempre i soliti giri. Che ne sa la Parca dell’ignominia? Che ne sa di come si convincono i gerani a fiorire?

Ne ho abbastanza, mi metto le cuffie, strette alle orecchie, e mi sorbisco un film che ho scelto spontaneamente praticamente digitando col naso sullo schermetto video che ho davanti alla bocca. Un film in cui desidero fin da subito che a Richard Gere gli si ammuffisca la faccina da furetto, a partire dalla punta del naso. Puntato continuamente dagli occhi di Gere nel film, che si fa questi occhioni da imbrocco molto da borgata, ho deciso di osservare ancora la coppietta di innamoratini al mio fianco, sciogliersi nel loro brodo di cuoricini e piroette sulle ali. Penso che lei, la Parca bionda e zazzeruta, sia in realtà il vero produttore discografico del loro musical ascendente, uno che certo non appare mai come una cima rispetto ai suoi protetti talentuosi, un illetterato che sa però far di calcolo, che deve saper pianificare le attese del pubblico, come lei la Parca, a spingere sul sedile la sua bassa normalità, quella del suo dimenare i capelli sulla testiera, come se la stesse spolverando. Chiede ora in continuazione Coca-cola senza mai andare al bagno a pisciare o senza ruttare roboante, o almeno non si fa sentire, e se li tiene tutti dentro nel suo vuoto mortifero, intellettuale. Ché tanto parlare di funzioni vitali per lei è una sorta di ossimoro, e io ho ancora le cuffie che mi rintronano la testa, con Gere che mi scava le orecchie sospirando concetti di libertà e giustizia a qualche tardona da portarsi al letto assieme al catetere.

Pieno di livore, prefiguro allora i due piccioncini cantanti al mio fianco, all’improvviso scivolare giù dalle ali del velivolo, e venir dilaniati a metà dalle ali, con la parte superiore del busto che implora aiuto, mentre si sfalda piano piano congelandosi, aggrappata con le unghie nere al finestrino. La Parca ha tolto loro brutalmente tutti i tuoi fondi da produttore del musical. Quel produttore di musical, quel fabbricatore di panini al salmone al curaro, quel manager di hotel, quell’italiana moderata e lamentosa, che vola spesso tra San Antonio e New York in classe economica, solo per sentire l’odore di sudore plebeo dei suoi dannati prediletti – è una democratica, è una riformatrice, ama sentire l’odore del proprio elettorato, prima di divorarlo.

– Prima o poi tocca a tutti, ragazzi. È inutile che vi agitate tanto, guardate me. Mi sta pure addosso – faccio indicandomi le gambe, in direzione dei due innamoratini, che rimangono allibiti, le bocche sformate da un impiastro di saliva per la suzione reciproca che si stanno applicando da molto tempo, da molte ore. Sono passate infatti molte ore, e ho ancora la Parca col suo sedile. Non mi sento più le gambe. Non mi sento più gli occhi. Non mi sento più le orecchie. Non mi sento più lo stomaco. Mi assopisco.

Riallacciate le cinture, preparatevi all’atterraggio. Eccoci, penso risvegliandomi lentamente, la bocca ridotta ad un budello sfatto, forse è il suo momento buono, il suo obiettivo ritorna su di me, e forse, chissà, sugli altri – morire in compagnia ti dà però una spiacevole sensazione consumistica. Nel sonnecchiare, ho ancora addosso immagini inquietanti. Vuole farci battere una musata con l’aeromobile, vuole farci decollare le teste verso la cabina di pilotaggio, come in un gioco in cui è arbitro e giocatore, staccandole dal collo per l’urto e ammucchiandole lì, davanti alla porta, al di là della quale ci sono solo brandelli di piloti decomposti intrecciati alle cloche e agli apparecchi impietosi che segnano ancora la velocità e l’altitudine di poco fa, mentre tutto è già finito.

– Peccato, mi piaceva, quella risata smascherata, prima che tutto fosse finito – mi dico dentro la testa. Chiudo di nuovo gli occhi, stavolta meccanicamente. Ora si starà già librando trionfante dal cartoccio di umori color senape sulla pista d’atterraggio, l’eco persistente della sua risata smascherata che si espande nel suo vestito nero aperto. Un vestito che rivela un seno cadente e secco e le insenature del suo ventre ancora coperto di macchie, che diventano, prosciugandosi, fasce azzurrognole sul pube quasi bianco. Ride ancora, stavolta con astuzia rivelata, fino a svanire in un gorgo oscuro.

Tutto è infatti già finito. Gli spiriti dannati codardamente si fanno cadere le cinture sui fianchi e vanno stanchi assieme alla Parca verso l’uscita, biascicando il good-bye di routine alle hostess. La prossima volta chissà che non debba scegliere una prima classe, mentre il mio corpo recupera volume e scricchiola, le gambe rivivono e spunta l’indirizzo del dottore infallibile da dentro la mia tasca destra.

– Non dimenticare il tuo bagaglio a mano, Parca! – le grido, dandole un’altra opportunità.

Questo racconto è stato scritto nel 2009, e recava il titolo “In viaggio con la Parca”. È stato quindi rivisto nel 2011.

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