L’intervista integrale su Scrittori Precari, a proposito di TQ…

Sul blog Scrittori Precari, le mie risposte e quelle di Sara Ventroni al riguardo di Generazione TQ. Pubblicata oggi la seconda tranche dal collettivo romano, ripubblico integralmente l’intervista.

Il dibattito su Generazione TQ ha tenuto banco in quest’estate 2011: se n’è parlato tanto e ovunque, a cominciare dal primo articolo, Andare oltre la linea d’ombra, apparso sul Sole24ore, per proseguire su tutti i quotidiani nazionali e tantissimi siti e blog; molti hanno aderito, tanti altri si sono dimostrati scettici nei confronti dell’iniziativa. Dal momento che su Scrittori precari abbiamo ospitato diversi interventi più o meno critici, ci è sembrato giusto dare spazio, ponendo loro alcune domande, anche a due dei firmatari dei manifesti: Alessandro Raveggi (AR) e Sara Ventroni (SV).

SCRITTORI PRECARI: Partiamo dall’etichetta. Perché l’uso del termine “generazione” e in che cosa vi sentite di essere rappresentativi di tutte quelle persone che hanno oggi un’età compresa tra i 30 e i 40 anni? Non è limitante e limitativa questa “selezione aprioristica”?

SARA VENTRONI: Il nome ha un profilo anfibio: esprime contemporaneamente ciò che siamo e ciò che siamo costretti a essere. Il dato generazionale indica inoltre che la frammentazione sociale si consuma – a partire dal lavoro – proprio sulla dorsale anagrafica: a seconda dell’età, e a parità di mansioni, si può essere di qua o di là, inclusi o esclusi. La maggior parte dei trenta-quarantenni italiani, alle prese con identità lavorative multiple, è al tempo stesso fuori (dai diritti) e dentro (una dimensione biolavorativa che richiede dedizione integrale e offerta continua di sé, fino alla soglia dell’autosfruttamento).
Sull’onda lunga della crisi economica, cui si aggiunge ora la minaccia di default, siamo arrivati alla legittimazione formale del ricatto. Con buona pace dei detrattori, i TQ non sono votati alla presa del potere (il discrime generazionale è già presente, in ogni settore, a ogni livello) ma, semmai, alla ridefinizione di una cultura condivisa dei diritti. Come ho avuto modo di chiarire nello scambio di mail successivo al 29 aprile, il focus Trenta-Quaranta non va inteso in chiave letteraria o psicanalitica (rottamazione del vecchio a favore del nuovo) né come un invito a rispolverare miti e riti dello scontro generazionale inaugurato dai babyboomers. Tra l’altro, la condizione di “gioventù perpetua” – imposta fuori tempo massimo ai tq – non è altro che un eufemismo attraverso il quale rendere socialmente accettabile lo sfruttamento.
Immagino questa formula – generazione TQ – come espressione di un’identità collettiva che si fa responsabilmente carico di un’esclusione forzata. È dunque, quella generazionale, una prospettiva assunta in modo critico; vuole indicare una condizione che non riguarda solo gli intellettuali, gli editori, i critici e gli scrittori ma tutti quelli che sono, e saranno, tenuti forzatamente ai margini dalla vita civile, politica e produttiva del paese.

ALESSANDRO RAVEGGI: Vorrei far notare che nel primo Manifesto politico si dice: “TQ non cerca, tuttavia, uno scontro aperto da vivere simbolicamente come «uccisione dei padri» – o delle madri”, e lo sottolineo per far notare che il nostro discorso generazionale è distinguibile da altri che si mettono in campo al riguardo di un possibile scontro tra generazioni. Credo che in TQ, e mi sento di parlare a nome di molti firmatari, ci sia finalmente il tentativo, fino ad ora sempre rimandato dai nostri coetanei, di tracciare una linea, uno spartiacque che non sia tanto una cesura, quanto un punto di slancio. Andare oltre la linea d’ombra, scrivevano i cinque promotori iniziali: il riferimento al romanzo di Conrad non è casuale, perché significa che vogliamo evitare di pensare di trovarci da soli su una barca di moribondi condannata dalla maledizione di un vecchio Capitano, o di trovarci nel mezzo di un sogno terribile che ci rimpiccioliva e squalificava impietoso, volendo citare il protagonista del Ferdydurke. Certo, siamo trenta-quarantenni, e tutti quanti, chi come lavoratore editoriale – scrittore, editore, editor, traduttore, eccetera – chi come lettore o appassionato di letteratura, chi come ricercatore e accademico, abbiamo vissuto, sulla nostra pelle, numerose pratiche inquinate e degenerate prodotte dalle generazioni che ci hanno preceduto – ma forse a volte siamo stati complici delle stesse. L’essere Trenta-Quarantenni, credo, è oggi però una condizione più esistenziale e trasversale che verticale, specialmente in un’Italia che rigenera i vecchi a botte di anti-aging politico e giovanilizza i giovani per farne carne innocua e autocontrollata nella loro post-adolescenza interminabile. Siamo cioè Trenta-Quarantenni quando subiamo regole del lavoro che tendono a una flessibilità esasperante, quando probabilmente non conteremo con fondi pensionistici adeguati, quando le nostre pratiche culturali, e direi anche sociali, comunitarie, soggiaciono a pratiche di mercato oggi sempre più diffusamente fuori sesto e con uno scarso equilibrio tra qualità e commerciabilità, rischio d’impresa e divulgazione – e questa condizione, quindi, può estendersi anche a persone prima dei 30 e dopo i 40, in un Paese a crescita zero, che non sa più innovare. Partiamo da qui, guardando cioè al futuro, non facendo la lotta forsennata al passato. Si parla, sempre nel manifesto politico “di agire anche e soprattutto con il pensiero rivolto alle generazioni che verranno”, e questa mi pare un’ulteriore novità per guardare all’azione presente. Pensate ai tanti under 25 che oggi decidono deliberatamente di non lavorare: sono fenomeni che devono essere compresi da un lato nell’incancrenirsi del modello della sacralizzazione del lavoro retribuito e fisso che è iniziata già dal Dopoguerra, e dall’altro nella svalutazione radicale dei titoli di studio, dell’educazione, dell’università – non più fondati su merito, accessibilità e innovazione, ma luoghi di contenimento di masse abbienti alle quali non è più possibile concedere una posizione nella società, come lavoratori, certo, ma anche come cittadini. Generazione, quindi, come possibilità di generare migliorie condivise nel sistema che abitiamo ogni giorno: generazione come ideazione e crescita (quand’anche questa significhi decrescita, ovvero sviluppo intelligente e equilibrato), si potrebbe dire. In tutto questo sta la nostra proposta di “rappresentatività”. L’elemento forse che è parso meno nuovo in TQ, se volete, è quello dell’appello: una formula “vecchia” che tuttavia trovo garantisca una presa di responsabilità degli interpellati molto più forte di un’improbabile e iniziale condivisione e accesso a porte aperte, come si offre nel modello, da applicare su altri fronti ma certo non il Paradiso dei Modelli di produzione intellettuale, della Rete. Qualcuno deve pur sempre cominciare guardandosi negli occhi, specialmente in un movimento che si propone di svolgere una funzione di monitoraggio e d’azione reale, responsabile e “visibile”.

SP: “Avere tra i trenta e i quarant’anni in Italia oggi vuol dire essere cresciuti, per esempio, con uno stato sociale che garantiva dei diritti (a un’istruzione qualificata o a una previdenza decente) che oggi non garantisce più”. Questo è uno dei motivi su cui si fonda il discorso del “generazionale”. Ora: non è più importante, socialmente, il fatto che siano stati tolti quei diritti, rispetto all’essere cresciuti o no, con essi?

SV: Questo passaggio sottolinea la frattura tra ciò che abbiamo saputo esprimere e quello che siamo diventati: un paese che smentisce il fondamento della propria Costituzione basata sul lavoro e sull’uguaglianza dei cittadini, garantita dal principio delle pari opportunità (articolo tre): non mi riferisco ovviamente solo alla “questione di genere” ma allo spirito che orienta il nostro welfare: scongiurare l’esclusione e favorire la mobilità sociale. TQ mette l’accento sul noi-generazione per parlare del noi-paese: la generazione TQ è la prima, ma temo non l’ultima, a fare i conti con l’involuzione di ogni forma di inclusione democratica. Per questo motivo – come si dice nel manifesto – TQ ha il pensiero rivolto alle generazioni che verranno.

AR: È importante innanzitutto non buttare via il bambino con l’acqua sporca, avere non solo la speranza d’innovare nel futuro ma anche di guardare a quello che in passato di virtuoso è stato fatto e ci arriva come suo frutto: riconoscere che siamo figli di una tradizione repubblicana che fino a pochi anni fa si fondava sul rispetto della cittadinanza politica, culturale, educativa, su certe regole editoriali, sociali, politiche, etc. Ma anche che ad esempio esistono tante realtà di produzione intellettuale locali che vengono da lontano e vanno preservate. Di acqua sporca ultimamente ce n’è sicuramente troppa in giro, gli italiani si sono come “privatizzati” in se stessi, e la politica berlusconiana che domina da Venti Anni – a destra e a sinistra – esprime questa privatizzazione, questa enclosure della mente italica, nella gestione spettacolare dei beni e delle attività culturali, dell’industria editoriale – nella quale ci interponiamo mai da esterni, mai da puri e “illibati”, ma coscienti di possibili spiragli interni, istanze differenti – o nel modello della distribuzione libraria che sfavorisce gli attori principali di una pratica di scambio che da sempre è stata fondata sulla libertà, cioè autori e lettori. I distributori italiani dovranno capire un giorno, ad esempio, che il modello del supermarket appiattito, cioè quello di un supermarket che vende solo würstel precotti come interpretazione degenere delle regole del mercato neocapitalistico – produrre di più, produrre una sola cosa – è profondamente sbagliato e riduce la varietà ed anche l’appetibilità per il lettore al grado zero di un’editoria, che di per sé già si poggia (faticosamente) sullo sparare in aria, come fuochi d’artificio per una notte di festa, di autori esordienti, nonché su quattro – cinque autori di punta che vengono soggiogati a ritmi di produzione estenuanti.

SP: Non pensate che lo scopo di un gruppo, movimento, avanguardia debba suscitare, come effetto principale, una rottura, una discontinuità forte, dare un segnale di contestazione, di rivolta camusiana? Pensate che sia presente, nei manifesti TQ?

AR: I primi tre manifesti di TQ sono delle tracce scritte da oltre 100 persone. Il manifesto futurista è stato ad esempio scritto da una persona, e la sua retorica, per quanto ci sarebbe chi potrebbe dottamente contestarmi, oggi farebbe ridere anche il letterato della domenica. Chi attacca TQ dicendo che i manifesti disattendono le capacità letterarie dei membri, chi li usa per dire che scrittori e editor presenti in TQ non sanno scrivere o lavorare, fornisce volutamente una versione fuorviante dei fatti: non sono manifesti scolpiti sul Sinai, né tanto meno, com’è stato ripetuto fino alla nausea, sono manifesti estetici, o di poetica. Sottolineo ancora e valorizzo con forza il valore “trasversale” di TQ anche in fatto di eventuali poetiche espresse dai suoi autori: la stessa trasversalità che è presente nell’occupazione del Teatro Valle, nato da una base strettamente teatrale, e oggi molto allargato e aperto alla partecipazione di soggetti provenienti da altre aree. Insomma, i manifesti sono piedistalli, punti di slancio, reti dalle quali lanciarsi per certi traguardi che saranno espressi nell’inverno dal lavoro dei Gruppi e nella stesura dei nuovi Manifesti, anch’essi piedistalli, punti di appoggio, prime focalizzazioni per nuove attività d’interposizione: monitoraggio di realtà virtuose, azioni di promozione della varietà editoriale, produzione di documenti diretti a politici, organizzazioni e rappresentanti della gestione culturale italiana. E uso il termine interposizione perché mi pare che si adegui sia a uno spazio mentale (come produzione d’idee) che fisico (come produzione d’azioni in spazi pubblici). Lo uso poi giacché alcuni giornalisti si sono avventati sul termine guerrilla (intellettuale) presente nel Manifesto Spazi Pubblici. Da un lato hanno pensato (o voluto far pensare) che fossimo già pronti con delle sciarpe nere al collo e le mazze ferrate a sfondare le sedi di Feltrinelli e Mondadori, ovviamente volendo ridicolizzare l’apporto intellettuale e di dialettica interna di TQ. Dall’altro hanno voluto dimenticare completamente l’uso che se ne fa nell’attivismo viral – penso sempre a AdBuster, in questi casi. Se parliamo così di rivolta, credo debba essere oggi intesa in un senso camusiano differente, perché innanzitutto la posizione di Camus prendeva avvio da un solipsismo radicale dell’agente morale che poi incontrava la comunità nel motto para-cartesiano: “Io mi rivolto, dunque noi siamo”. Il suo era un fondo ancora esistenzialista, sebbene eretico. TQ, bisogna ricordarlo, ha avviato i suoi lavori da un nucleo a maggioranza composto da scrittori, si concentra molto sul concetto di pratica allargata mutuata dall’esperienza letteraria, e da una condizione intersoggettiva recuperata: una pratica culturale, prendi ad esempio andare al cinema, coinvolge sia autori-produttori che fruitori, coinvolge diritti e doveri d’entrambi e questioni d’accesso. Mi pare evidente il deficit in termini di accessibilità e varietà dell’offerta per i fruitori della cultura oggi in Italia. Si è interrotto un dialogo diretto tra chi produce e chi riceve cultura. Volendo rigirare il Camus cartesiano: “Voi siete qui, dunque noi ci rivoltiamo”, si direbbe nel caso di TQ. E sia Voi sia Noi siamo cittadini, partiamo da tutto il contrario di un solipsismo che vogliono imporci, nel gioco di una politica che pare agevolare malamente il mercato, e di un mercato che pare approfittarsi di un uso clientelare della politica.

SV: Sottolineo tre elementi: TQ è nata intorno a un’esigenza di confronto politico e non estetico. TQ è un movimento aperto a chiunque ne sottoscriva i documenti. L’azione di TQ non si esaurisce nella pubblicazione dei manifesti ma parte da questi per avviare iniziative su tutto il territorio nazionale.
Il segno discontinuo di TQ è nella composizione di esperienze, di competenze e di finalità non esclusivamente legate all’universo letterario; un’azione di carotaggio del fondo e di sopralluogo della superficie: non possiamo parlare di “cultura”, di “spazio pubblico” o di “bene comune” senza ancorare queste parole ai mezzi che materialmente condizionano la loro configurazione, e senza mettere in relazione le conseguenze che ne derivano, in ogni àmbito.

SP: Come hanno fatto notare i più maliziosi, la prima notizia su TQ è uscita in un articolo “sul giornale di Confindustria”. Come mai si è scelto di iniziare a parlare con i lettori di quel giornale? Anzi, se permettete un pizzico di malignità, non è che di questi tempi, e coi prezzi delle nuove uscite, si cercava di catturare l’interesse di quelle persone che possono permettersi di acquistare sei nuovi libri al mese?

SV: Molti TQ collaborano con quotidiani, riviste, periodici, ma TQ non è embedded ad alcuna testata. Siamo stati abbastanza chiari nel dire che il nostro sguardo è interno ai processi produttivi. Inoltre: TQ si rivolge a tutti

AR: Essendo stato invitato a Laterza “in contumacia” (ero in Messico, sono tornato in Italia da tre settimane, e il mio lavoro si è espresso via mail, Skype e telefono fino a fine luglio), e non essendo fra i cinque promotori iniziali di TQ, non conosco le ragioni reali della scelta del Sole24Ore. Posso però immaginare che si sia scelta non a caso la pagina culturale – che di per sé mi pare eclettica, variabile per contenuti e qualità – di un quotidiano che non solo è di Confindustria o ne rappresenta la posizione, ma che è anche letto da economisti e persone legate al mondo del lavoro, che avrebbero potuto così fin da subito “adocchiare” anche solo fuggevolmente l’appello e le intenzioni primordiali di un gruppo di lavoratori della conoscenza trenta-quarantenni italiani. Un movimento che vuole proporsi di agire e interporsi nel flusso dell’economica e produzione culturale, rivendicando i diritti degli autori e dei fruitori come cittadini di uno spazio pubblico da ripensare. Potremmo dire che quella è stata la prima azione d’interposizione intellettuale di TQ. Pubblicare ad esempio il testo-invito su il Manifesto non avrebbe fatto lo stesso effetto, forse anche perché si sarebbe percepito come troppo “a casa”.

SP: Nei giorni successivi al primo articolo, le pagine culturali di tutti i maggiori quotidiani (Repubblica, Corriere, L’Unità, Il Manifesto, La Stampa, Il Fatto, etc.) hanno parlato di TQ. Insomma, si è dimostrato, sin da subito, che non mancano certo gli spazi per parlare a un pubblico vasto. Ma chi sono i lettori che compreranno i libri? Non sarebbe meglio innanzitutto, trovare piuttosto il modo per risvegliare la curiosità e l’attenzione del non-lettore e di trovare il modo di far aumentare i lettori?

AR: Non capisco di quali libri stiate parlando, sicuramente non degli autori presenti in TQ. Se parlate del non-lettore, magari accusando implicitamente TQ di rivolgersi solo ai letterati in senso stretto – che tutto sommato è un’accusa accettabile, per quanto confutabile nei fatti – tutta l’attività del gruppo Spazi Pubblici e direi di TQ al completo si svolge nell’allargamento della diffusione della diversità, nella promozione di attività non solo educative legate alla scuola, ma anche che valorizzino il rapporto tra gli autori e i non-lettori. Vogliamo sottolineare le carenze di accessibilità e qualità – la qualità della pratica, piuttosto che nei libri e quando parlo di accessibilità, parlo di libri, ma anche di festival, di università, di scuole pubbliche, come luoghi d’abitare.

SV: Anche se i libri sono dei prodotti, non hanno la vocazione di merce. O almeno: non tutti. TQ è convinta che sia possibile dare valore (non solo di mercato) e durata (possibilmente più dei canonici due mesi delle ziggurat all’ingresso dei megastore) alla vita di un libro. Questo significa però che la valutazione della filiera (produzione, distribuzione, promozione) e del sistema di diffusione e di ricezione (quotidiani, scuole, università, biblioteche, ecc.) deve essere lucida e non impressionistica; significa anche che è possibile ragionare e intervenire sui singoli passaggi per promuovere la bibliodiversità; per favorire criteri di interpretazione diversi dalla recensione promozionale. Bisognerà poi interrogarci sul futuro dei supporti materiali (e-book) non solo in relazione ai diritti d’autore, al destino delle librerie o della filologia testuale, ma per capire quali saranno le nuove frontiere dell’alfabetizzazione tecnica dei lettori e gli eventuali ostacoli alla circolazione delle opere.

SP: I partecipanti alla prima riunione nella sede della casa editrice Laterza (di cui peraltro non è mai uscita la lista) sono stati reclutati attraverso gli inviti, autonomi e spontanei, da parte dei cinque firmatari dell’articolo. Sempre i più maliziosi, però, hanno notato che si trattava perlopiù di autori che hanno pubblicato (o che stanno per pubblicare) con Minimum Fax, Fandango, Contromano Laterza, Einaudi (e qualche Mondadori) e di addetti ai lavori che ruotano attorno a queste case editrici. In un post pubblicato qui su Scrittori precari Enrico Piscitelli faceva notare che il 46% dei 54 fondatori di TQ ruota attorno all’orbita Minimum Fax e sospettava che, dietro “tutto questo parlare”, ci sia l’interesse di rafforzare un “gruppo” già esistente. Che ne pensate?

SARA VENTRONI: La convocazione del 29 è stata informale, come aperta e informale è stata la prosecuzione dei lavori nei gruppi che da aprile a luglio hanno pensato, scritto e votato i documenti. TQ non è un movimento di promozione di questa o quella casa editrice, anche se nasce da persone che a vario titolo si occupano di libri, editori compresi.

ALESSANDRO RAVEGGI: Vorrei ricordare prima di tutto che Andrea Cortellessa, prima scettico e oggi uno dei più attivi TQ, ha recentemente usato su La Stampa lo slogan calzante: “vogliamo sputare nel piatto in cui mangiamo”, il che significa che vogliamo lavorare all’interno di pratiche che oggi non consideriamo esenti – nessuno lo è – da miglioramenti o anche stravolgimenti interni da parte delle stesse persone che le abitano. Io non credo quindi che TQ sia nata per rafforzare un gruppo – che mettete nella vostra domanda non a caso fra virgolette, proprio perché non si capisce cosa accomuni la vostra lista, se non una generica accusa lobbistica. I progetti editoriali di Fandango, di Einaudi Stile Libero, di Contromano Laterza, includerei anche quello di Ponte alle Grazie, di Minimum fax, cosa hanno veramente in comune? Forse direi, più che altro IL Comune: Roma, una certa dose naturale, ma che in alcuni casi può portare a una certa miopia interpretativa, di romanocentrismo e conoscenza reciproca pregresse, che stiamo cercando internamente con successo e costruttività di ridimensionare – e i prossimi interventi TQ in Italia lo vorranno dimostrare. Infine sulla questione sollevata da Enrico – amico e collega nella collana di narrativa Novevolt – non posso altro che rispondere: “Sì, è stato forse così, ma adesso, di grazia, ci potremmo peritare nel considerare i tanti e nuovi membri e aderenti, tra cui ci sono non solo scrittori e addetti ai lavori romani, ma anche liberi professionisti, librai, insegnanti e bibliotecari da Milano a Palermo, da Matera a Venezia?”. Voglio anche ricordare che proprio Minimum fax nella persona di Marco Cassini ha espresso ultimamente un’intenzione fattiva di rivedere le regole della distribuzione e produzione editoriali molto interessanti. Benché Cassini parli di “modeste proposte”, credo che con una buona quantità di persone concordi si potrebbe provocare un contraccolpo che gioverebbe però all’editoria in generale. Cassini parla poi anche di formule di crowd-funding o sottoscrizione collettiva che sarebbero pratiche intelligenti, sebbene sporadiche e occasionali, per garantire una bibliodiversità editoriale allargata alle opere che il mercato chiama “sperimentali” solo perché le considera invendibili (per formato, per stile, per argomento, o perché incommensurabili, cioè non confrontabili con supposti modelli di vendibilità) ma che susciterebbero sicuramente l’interesse di molti lettori. Una regola del genere fatta dalla cura e pazienza degli stessi autori e lettori e in sintonia con un concetto di decrescita felice che si sta discutendo in questi anni e che anche Simone Barillari ha riproposto in ambito TQ. Tutte queste idee sono per me perfettamente legate al motto Non multa, sed multum che ho utilizzato con Piscitelli nello scrivere un testo-istruzione per Novevolt: meno cose, anche cose piccole, ma con una durata e intensità maggiori, bilanciando rischio editoriale e distribuzione alternativa.

SP: Non c’è rischio di conflitto d’interessi con l’autore tizio che magari evita di entrare in contrasto con l’editor caio solo perché forse c’è la possibilità che gli pubblichino il libro? E da qui viene da sé un’altra perplessità: tra gli aderenti, come vi siete organizzati per tenere alla larga quegli autori che si sono imbarcati sul carrozzone con lo scopo (il solo?) primario di pubblicare i propri libri?

SV: Per giudicare la malafede bisogna allestire processi alle intenzioni. TQ preferisce affidarsi a due criteri – adesione non formale ai documenti; principio di autocritica – per indirizzare il lavoro comune.

AR: Avete forse un po’ furbescamente rigirato la domanda precedente! Prima sottolineavate il problema possibile del rafforzamento lobbistico, forse comprensibile come rischio nei casi di un movimento di addetti ai lavori già all’interno di un mondo che vorrebbero contribuire a riformare, adesso parlate del possibile diffondersi di una sorta di “qualunquismo TQ”. Credo che si possa evitare, pensando a TQ come a una pratica responsabilizzante, una pratica d’incontro responsabile tra cittadini: se sto pensando o facendo o promuovendo cose errate o correggibili, nell’incontro con un collettivo così eclettico di persone posso, nella pratica, correggere le mie azioni e incontrarne di nuove, senza che questa attitudine debba essere presa, come fa l’ex-ministro Bondi in una recente sua “analisi” su Panorama, come una pratica da soviet. Rispondendo quindi all’ultima domanda: spero che nessuno entri in TQ per pubblicare libri, anche perché chiediamo fin da subito un’adesione motivata: “Entro in TQ non perché mi piace o fa figo o perché mi promuoverà, ma perché voglio proporre il mio aiuto in quest’ambito di cui sono competente o perché ho maturato queste esperienze passate che posso condividere, eccetera”. TQ come movimento sta poi comportando una dose di lavoro personale giornaliero che qualsiasi scrivente interessato alla mera pubblicazione – piuttosto che, ad esempio, alla qualità pensata di quello scrive e di quello che fruisce – eviterebbe di farsi. Sarebbe paradossalmente molto più semplice per lui conoscere persone al bar di un festival letterario, per ottenere eventuali favori!

SP: Perché nel manifesto/1 si parla di raccolta attorno a istanze politiche e sociali, anziché estetiche? Un artista non fa già politica attraverso la propria estetica e la prassi che vi si lega?

SV: TQ non è un movimento letterario. Non è mossa dalla volontà di definire un canone estetico (o una poetica) ma dal desiderio di intervenire nel sistema culturale attraverso pratiche comuni.

AR: Un artista può creare la propria estetica dalla propria politica, direi, dagli argomenti che mangia e vive e su cui agisce ogni giorno. Tuttavia non è sempre detto. Insomma non starò qui a scomodare Céline per l’ennesima volta… Comunque le due istanze non sono necessariamente legate in TQ, in quanto non è un movimento di poetica. Faccio un esempio: per estetica, posso aborrire ad esempio un autore, ma posso considerare che la sua opera debba essere diffusa, magari aiutandone la diffusione attraverso un’azione di sottoscrizione di molti autori, in quanto reputo/reputiamo con cognizione di causa che essa sia qualitativamente elevata, ed è questo che ci interessa: i criteri delle pratiche intellettuali prima che i criteri della valutazione delle opere all’interno di un canone, stile o moda. Siamo una generazione senza canoni o dal canone misto e intermediale, questo non significa che siamo senza direzioni, senza criteri. In TQ, infine, siamo in primis cittadini e poi scrittori, e abbiamo bisogno della prima attitudine per ritornare a fare il lavoro dell’altra, in tempi come questi.

SP: Sempre rimanendo al primo manifesto: non pensate che una chiusura come “Siamo ormai pienamente convinti, infatti, che non sia più sufficiente dedicarsi ciascuno per sé, con distaccata purezza, all’arte e alla letteratura: oggi più che mai è necessario praticare un’alternativa umana e comune al lungo sonno della ragione” possa apparire un po’ pretenziosa, oltre che irrispettosa nei confronti di chi in questi anni si è anche “sporcato le mani”? Inoltre, non pensate che il fatto di non nominare, non considerare affatto, nei vostri manifesti, quello che è un vitalissimo mondo di riviste, collettivi, realtà consolidate nel cosiddetto panorama underground, vi ponga di fatto come un elemento corporativo, elitario, per cui si esiste solo se “TQ”?

AR: Penso che molti dei membri di TQ che hanno sottoscritto i manifesti siano persone che negli anni si sono “sporcate le mani”, come dite, ma che adesso hanno deciso di sporcarsi le mani trasversalmente, uso ancora il termine, e collettivamente. Magari sono anche persone che, come me, hanno tentato in passato una sorta di attivismo politico, ma che sono rimasti delusi dalle inesistenti politiche culturali dei partiti politici italiani. Che tipo di politica culturale vorrebbe ad esempio esprimere il PD, un partito che, anche solo per moda dei tempi, dovrebbe esprimere, o cercare di esprimere, di intercettare, la posizione di molti scrittori, intellettuali, teatranti, cineasti, comici italiani? Oggi è molto più facile per un italiano medio abbracciare così qualcosa che è in fondo già: il risultato e l’agente di una deformazione antropologico-culturale espressa dai canoni del berlusconismo, uno strano mix di neoliberismo libertario, a volte supportato da intellettuali di destra parafascisti e da ciellini ispirati: una triade che si confà spesso all’italiano, individualista per autoconservazione di status, giustizialista del manganello invisibile e cattolico del confessionale mediatico. Molti dei nuovi membri vengono poi, arrivando alla seconda domanda, dall’esperienza di riviste e altre realtà cosiddette “underground” – che io chiamerei semplicemente “a distribuzione alternativa” – cioè sono o fanno parte di collettivi letterari: alcuni hanno aderito anche collettivamente, firmando in gruppo. Inviteremo inoltre molti altri interlocutori del genere per partecipare ai seminari TQ nell’autunno, perché ci interessa molto il ruolo sociale delle nuove riviste rispetto a un’idea di rivista moderna oramai decaduta in Italia.

SV: Molte persone, dentro e fuori TQ, da tempo si dedicano a blog, a riviste letterarie; all’impegno politico. Nel manifesto premeva segnalare, dopo una lunga stagione segnata da percorsi solitari o pulviscolari, la consapevolezza condivisa di una significativa diversione di rotta.

SP: Chiudiamo con un ultima domanda sul discorso “Qualità”: “TQ si impegna ad alimentare l’attenzione pubblica sulla questione della qualità letteraria, che è indipendente dal successo commerciale di un libro, e a fare ragionate battaglie contro le più deleterie derive mercatistiche dell’editoria italiana, come lo spostamento delle risorse delle case editrici dalla fase di produzione a quella di promozione dei libri”. In base a quanto scritto nel manifesto/2, il libro di Camilleri/Lucarelli, è un esempio di queste pratiche nocive, secondo voi?

AR: È evidente come il libro di Camilleri/Lucarelli sia un libro che non s’inscrive nel catalogo Minimum fax, ed è uscito non a caso per la collana Fuori collana. Stiamo parlando di autori notissimi, forse fiaccati da iper-produttività e sovraesposti, ma non certo di due autori che non hanno saputo esprimersi con qualità in passato. Non vi nego che l’uscita mi abbia un po’ sorpreso, da aficionado lettore delle proposte della casa editrice, non solo in termini di diffusione di autori americani, ma anche guardando alle pubblicazioni recenti di saggi di giornalismo culturale davvero notevoli e di nuovi autori italiani che non avrebbero forse avuto spazio altrove, e adesso si sono imposti come tra i migliori che abbiamo in Italia. Quello di Camilleri/Lucarelli è d’altronde un libro d’occasione, e guarderei piuttosto ad altre collane come Indi o Nichel, o ancora a progetti editoriali come Sur, per capire veramente la direzione di Minimum fax – e posso comprenderla benissimo! Il problema più grave si pone invece quando vedi altri editori sforniti di vere collane, ergo senza direzioni precise, con collane-calderone o collane-scaffale. I libri hanno oggi più editor che curatori e autori attorno, o meglio più direttori commerciali e meno direttori editoriali: l’editoria si è in qualche modo spersonalizzata – un grande editore corre il rischio di diventare uno stampatore di cose vendibili, quindi cosa lo distinguerà da ilmioesordio o Amazon? Sarebbe una gran cosa, ad esempio, che per ogni collana si dichiarassero i curatori e gli editor che hanno scelto, proposto e lavorato al prodotto editoriale. Bisognerebbe forse rivendicare fino in fondo il valore della scelta intellettuale, anche per evitare accuse lobbistiche che fiaccano le persone che ancora oggi fanno un grosso lavoro di scelta, e soprattutto come antidoto all’emergere di questa piaga autunnale che sarà il self-publishing, il vero e proprio suicidio anticipato degli editori, stando a quanto dichiarato da alcuni direttori sotto l’ombrellone, assieme a vari concorsi da idolatria dell’esordiente. Prepariamoci, perché saremo invasi.

SV: Il successo di pubblico non è sinonimo di mancanza di qualità; allo stesso tempo, non tutto ciò che oggi ha successo di mercato è destinato a trasmettersi ai lettori che verrano. TQ muove dal bisogno di uscire da parametri di valutazione esclusivamente mercantili e, se possibile, di smentire il luogo comune dell’identità vendita/valore.

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