Schizzi messicani da un nuovo racconto

Pubblico un estratto da una bozza di racconto, il cui argomento è la presenza ambigua dell’italiano in terra messicana (in attesa di scrivere anche due racconti in spagnolo, per la prima volta in vita mia.) A questo servirebbe forse il web, ad aprire spazi impuri e in revisione, spazi “brutti”. Poi, per il resto, c’è la carta, il libro, la fatica umana di mesi…

Giovanni: così si chiamava la guida della lancia del tour sulla costa, fatto che causò l’attenzione degli Orlando, bardati con i giubbetti rossi e piedi sott’acqua già ammaliati dalla potente corrente del Pacifico. Il Ross, che si era quella mattina raccolto i rasta come in una casco asciugatore da parrucchiere e aveva dato via libera ad una barbetta spinosa, gli passò i soldi, dopo aver spinto sotto la sabbia con un dito del piede il mozzicone di erba appena finito. Giovanni si mise a contarli, senza grazia, quei pesos accartocciati, con qui suoi riccioloni bagnati e erculei, la faccia da faina e il corpo scolpito avulso da quella faccia, coperto solo da una mutanda vecchio stile scolorita. Contava i soldi davanti ai suoi acquirenti, con delle mani scure, rugginose, ma dalle unghie bianchissime. A riva, e azionato dal conto finale del totale che tornava, cominciò il racconto della sua vita, che era anche il racconto di quella baia, dalle razze che la schiaffeggiavano in tarda serata, dei pesci-palla che si scontravano con gli scogli di alcuni pennoni calcarei che si ergevano non lontani, e dei gabbiani che avevano imbiancato di feci alcune cime di quelli. Quella baia era la lingua del suo racconto, tutto si disponeva come minerale sulla lingua e veniva valorizzato.

Solo dopo aver azionato il motore ad elica della sua lancia, e dato il via per la rincorsa affannata, dove gli ospiti dovevano balzare sulla barca quando Giovanni avesse urlato Arriba, tirò il fiato e riprese il racconto interrotto da quel Arriba. Quasi in una confessione, che fece di tutto quello già detto un preambolo, parlò delle tartarughe marine, vere protagoniste, forse solo eguagliate dalle balene che migravano dalla Baja California fino a Hushuaya, di quel pezzo di mare che si perdeva limpido e sgroppava fino all’orizzonte. Le tartarughe, diceva un po’ contrito Giovanni, che ora sono libere di scorrazzare davanti alla spiaggia, visto che, questo lo disse quasi di passaggio, con una nonchalance inquietante, venivano uccise a fiocinate, si prelevava la carne dal sotto il guscio, et cetera. E se non bastava, le loro uova, deposte a fatica in buche sotto la spiaggia in alcuni momenti dell’anno, come proprio ora a dicembre, depredate da gabbiani e altri aggressori, venivano prelevate una ad una dagli autoctoni del posto per farne, del tuorlo e dell’albume, elisir di virilità. – Giovanni il Battista, guarda come ci battezza tutti – disse il Ross ironizzando con la signora Orlando, quasi toccandosi spalla a spalla con la donna lentigginosa e cinguettante, condividendo gli schizzi in faccia della spuma prodotta dall’alta velocità della lancia. Il marito di lei si sistemava il sedere sul legno che faceva provvisoriamente da seduta, nervosamente, inquieto. La lancia fischiava a tutta velocità, rimpicciolendo la costa e il residence in macchie sporadiche aggrappate ad una vegetazione ondulata, assieme ai ristoranti a conduzione familiare sulla spiaggia, che lanciavano i segnali di fumo per le colazioni appena avviate. Fino a che non avvistarono la prima, flemmatica, tartaruga, in quella che poteva quasi dirsi una sua scampagnata a mare aperto. Tutti si acquattarono, silenziosi, come in caccia improvvisa. Il Ross ghignò. Quando uno di quei provinciali messicani si tolse di fretta le scarpe. Si tuffò urlante sul guscio di quella. – Io voglio fare un giro! Io voglio fare un giro! – urlava, con la gola che gli si eccitava sull’Io e sul giro, singhiozzando, come si sente in alcune canzoni rancheras tradizionali. – Visto di cosa parlavo? – commentò il Ross ai due coniugi imprenditori. – Coi tarri non c’è nazionalità che tenga. L’Internazionale dei tarri.

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