Un racconto sull’agosto 1944 a Firenze (estratto)

«Copriti, fuoco, copriti», cantilenava bozzettato dal solleone. A vederne il garbo, in quel polverone agostano solatio, Alberto ci provava, grugnendo al sole, calciando un calcinaccio appena venuto giù dal muro dell’appartamento di sopra. Il condominio spingeva la sua squadrata ombra sulla strada, in una profondità illusoria di fondale da cinematografo. Era accorso l’ortolano a dire che Firenze era separata a metà, il coprifuoco esteso ai giorni e alle notti.

Affogato nel proprio fiato, annunciava che c’erano i cecchini su per i tetti, almeno in Diladdarno. In Piazza Tasso, giorni fa, «tenetevelo a mente», ne avevano fatte partire diverse, di persone. Bisognava essere furbi, nella rappresaglia. Lui, diceva, si metteva in cantina, coi suoi bambini, sua moglie e la nonna. Il Raveggi doveva fare lo stesso. Perché era il momento, gli Alleati stavano per occupare la loro sponda! Dava quindi occhiate al piano di sopra, a quell’arto invisibile del quartiere. La mamma di Alberto alzava anche lei gli occhi, come chiedendo scusa per un crimine inconfessato. «Ma se gli Alleati contrattaccano, è buono?», chiese. L’ortolano rispose lisciandosi i baffi umidi sulle labbra, si dimenò scetticamente nelle tasche, come quando dava il resto, passando con il suo barroccio alla mattina. «Dentro!», dette poi l’avvio, come un giudice di partenza all’ippodromo. Tutti rientrarono dietro gli usci impolverati. Alberto invece calciava ancora quel calcinaccio, come a volerlo addomesticare verso casa.

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