Un’intervista su certe cose di cui preme ancora parlare.

Mesi fa sono stato contattato dal Corriere della Sera di Firenze per un’intervista sul mio romanzo inedito Nella vasca dei terribili piranha. Dell’intervista non ho avuto più notizia e penso che presto la pubblicherò autonomamente qui, citando ovviamente il giornalista che me l’ha proposta.
Il romanzo, invece, dopo apprezzamenti, malentendus e niet tirati per le lunghe da parte di alcuni editori, è in seconda revisione (una palestra per rassoddare i muscoli e snellire i fianchi), affiancato da alcune nuove scritture (nuovo romanzo, racconti).
Ripubblico con piacere quello che avevo da dire sullo stesso, a febbraio 2010, grazie all’intervista, andata a buon fine, di Salvatore Piombino per la sua interessante Guida Avantpop.

Oggi nella Guida Cultura Avantpop un ospite d’eccezione: Alessandro Raveggi, dottore di ricerca dell’Università di Bologna e ricercatore della Universidad Nacional Autónoma de México, scrittore (Disney contro le metafisiche), curatore (assieme a Enrico Piscitelli) della nuova collana di narrativa Novevolt e artefice del progetto Nella vasca dei terribili piranha progetto narrativo genuinamente avantpop di cuo parliamo quest’oggi.

Alessandro, domanda di rito: come è nato il progetto Nella Vasca dei Terribili piranha?
Il progetto di scrivere il romanzo è nato un po’ di tempo fa, almeno nella mia testa, credo nell’estate del 2003. Mi trovavo a pochi chilometri da Gibilterra per le vacanze estive. Stavo leggendo dei vecchi numeri di Namor the Submariner, un fumetto della Golden Age dei comics, forse meno noto rispetto ad altri, ma per certi versi più intrigante. Questo perché il suo protagonista, il Principe degli Abissi Namor, un uomo-anfibio verdegiallo, ha da sempre alternato atteggiamenti e stagioni da supervillain a periodi da supereroe alleato (degli States, ovvio). Ovvero è stato il primo vero eroe-antieroe schizofrenico, e a tratti cinico, anche prima delle versioni dotte dei comics di Miller e Moore. Questa lettura cominciò a fare reazione, ad interagire, in quell’estate, con le letture tragiche dei quotidiani locali e nazionali spagnoli. Parlo di quel perpetuo stillicidio di morti per naufragio di Fuerteventura, delle Isole Canarie e dello Stretto, di quell’immane olocausto che tutti i giorni si nasconde sotto i flutti e gli scogli delle coste di nazionalità ispanica (questo vale in realtà anche per le coste del Sud italico). Questi Nessuno africani, rappresentati estremi della precarietà esistenziale di oggi, che sfuggono dalla loro Itaca, da loro ambiente, magari pure attraversando deserti inumani, per cercarne un altro di migliore in Europa, mi sono rimasti addosso come fantasmi atlantidei per qualche anno, per poi riemergere a fine del 2007. Dovevo partorire un dolore, passando però dal forcipe della letteratura.

In quel momento ho deciso definitivamente di lavorare ad un romanzo, che considerasse la forza simbolica, di cambiamento, di questi fantasmi in carne e ossa. Senza però volerne fare un reportage, ma creando una mappa fantastorica e emotiva che potesse contenerli: un’avventura ricca di personaggi, a tratti irreali e con poteri sovrannaturali, a tratti realistici e bestiali, che manifestasse la potenza di quest’onda psichica rigenerante che gli Europei rifiutano. Visto che sono studioso (precario) nell’Università, ho subito cercato una forma meno accademica e snobistica di gestire i materiali, ma altrettanto schematizzante: un blog, o meglio, visto che non mi considero affatto un blogger, un work-in-blogger. Che mi ha dato la possibilità di condividere molto materiale iconografico, bibliografico e immaginifico con degli ipotetici lettori, ma senza mostrare una sola riga (con qualche piccola eccezione) del risultato compiuto. Sono partito, grazie alla risonanza con The Submariner, dalla suggestione degli Uomini-Pesce, antichissima razza di Istruttori presenti in molte cosmologie e ricorrenti in quasi tutte le Civiltà antiche. E da un titolo, tratto da un manifesto circense che strillava intrigante: “Un giovane sub s’immergerà nella vasca dei terribili piranha!” Volevo che quel Nella vasca dei terribili piranha! fosse l’urlo di una generazione (di sub-eroi giovani, appunto) vilipesa e assediata dalla gerontocrazia più diabolica, la gerontocrazia delle leggi sull’immigrazione europee (direi: sulla segregazione) e delle leggi sul lavoro, una generazione oltretutto al bordo del baratro della specie. Un grido che fosse anche l’atto linguistico performativo di un’avventura, l’avventura involontaria di un eroe anfibio, un Vendicatore senza nome, una sorta di Redentore avant-pop. Come dire: buttiamoci dentro! Assieme, in un’alleanza tra nuove generazioni. In sintesi, il blog ha accompagnato la stesura del romanzo, ne ha organizzato i contenuti in tag e categorie, queste ultime rappresentanti i luoghi e le città in cui si dipana il romanzo. Il romanzo è stato scritto altrove, non in Creative Commons.

Il blog che raccoglie i materiali inerenti al progetto Nella Vasca è ricco di suggestioni provenienti dalla cultura popolare: cinema, letteratura, musica e televisione. Quale la loro collocazione nel romanzo?
Quando ti immagini un romanzo e il suo mondo, parti innanzitutto dal fatto che il romanzo è in principio una narrazione plurale, quindi qualcosa che ha una colonna sonora, un montaggio d’immagini originario (una specie di Ur-script dove testi personaggi e azioni), ma anche un poema cosmogonico di fondo, un credo politico, e tanti libri solidali con l’autore. In questo, il blog ti aiuta ancora una volta: ti concretizza queste suggestioni non solo tramite post testuali, ma anche Youtube e lettori mp3 inseribili nel codice. Sta a te poi rendere autonoma questa narrazione, ovvero renderla un soggetto attuale che possa parlare al lettore, e non un oggetto feticistico e informe. Si tratta di farlo parlare nel romanzesco, la lingua propria di un’avventura che nei millenni si è evoluta, dalla Epopea di Gilgamesh fino a Salman Rushdie.

Si potrebbe dire che ho lavorato su tre fronti: un fronte arcaico temporalmente simultaneo, contenente, per citarne solo alcuni, i miti degli uomini-pesce, il Matsya Purana, il Popol Vuh, il babilonese Berosso, e la loro connessione ideale, tramite il sovrano anfibio Fu-xi, con l’I-Ching; un fronte presente altrettanto simultaneo fatto di cultura a comunicazione high e lowbrow, rappresentato non solo ad esempio da Alan Moore, ma anche dai telefilm d’azione (The Man from Atlantis, e per certe spassose scene addirittura il pacchiano Miami Vice), dalle sottoculture nerd, viral e anarchiche, fino ai catastrofisti da Global Warming; ed infine, terzo fronte, un fronte futuro o futurologico imminente, di tecnologie e visioni, in cui si trova la fantascienza, la biotecnologia, lo studio sui poteri rigeneranti della salamandra-anfibio axolotl, ma anche una certa soteriologia, una riflessione storica delle epoche, e la loro fine possibile, su come ci salveremo domani, un domani imminente. Se ti parlo di questi materiali, ti parlo anche del romanzo, perché ti parlo di tempi simultanei (quelli dei personaggi, distribuiti tra Città del Messico, Oslo, Roma, Madrid, Parigi e Fuerteventura, tutti connessi da vicissitudini e ossessioni) e di tempo imminente (quello di Firenze). Ti parlo di certe connessioni significative, un reticolo che si piega ad imbuto (abissale) in un atto rivoluzionario, che interrompe il tempo per ristabilirne uno, nuovo e rigenerato, anche se ipotetico. Se dovessi descrivere il cronotopo del romanzo, userei la teoria delle catastrofi di René Thom.

Ma non è stato tutto puro divertimento intellettuale: la mia documentazione ha toccato anche le leggi europee sull’immigrazione, i reportage sulle condizioni degli immigrati nei centri temporanei di detenzione. iI blog si è alleato spesso con campagne di sensibilizzazione ed appelli di blog multi-accesso importanti come Storie Migranti e Fortress Europe, per questo non è stato frequentato solo da letterari. È sorto tutto in modo naturale, secondo l’esigenza e l’indignazione intima, non per costruzione o retorica. Ci trovi molta politica, credo, in questa Vasca gorgogliante. Un romanzo, e la sua preparazione, è anche un atto politico, se pretende di costruire un mondo e non di mimetizzarsi nella consuetudine e nei cliché. Se pretende di comunicare con il dolore psichico, tele-patico, della sua epoca. Speriamo che possa trovare presto la sua collocazione sul cartaceo.

Firenze è uno dei luoghi in cui è ambientato Nella Vasca dei terribili piranha, che rapporto hai con questa splendida città nella quale stai anche preparando la seconda edizione di ULTRA. Festival della Letteratura, in effetti?
Difficile. Molti riescono ad amare Firenze in maniera incondizionata. Spesso, c’è da dirlo, sono stranieri, che vengono nella città con l’illusione di trovarci una dimensione locale, a misura d’uomo, e allo stesso tempo quasi fiabesca. Poi vengono spintonati dal turismo, dalla diffidenza degli autoctoni, dai prezzi esosi e dalla mancanza endemica di lavoro (tranne che nel turismo), da una specie di Rinascimento sballato, cristallizzato e soffocante che non ha più al centro l’Uomo, ma Pitti Uomo. E quindi rimangono delusi e spesso ahimè se ne vanno. Firenze è in bilico tra la possibilità di diventare una Monaco e quella di morire in una Venezia. Io non posso fare però lo straniero, Firenze rimane sempre nel mio DNA, mi intriga per il suo esoterismo nascosto, e forse il vero modo di essere fiorentino è di essere un esiliato, anche in patria, di esserle estraneo per amarla davvero. Per questo, forse, i fiorentini che rimangono impigliati nel suo meccanismo sono dei professionisti della lamentela, oppure dei misantropi nati. Un riflesso di questo mio amore-odio si può trovare nel romanzo: Firenze come il luogo privilegiato dove confluiscono tutti i personaggi e si sfiorano, Firenze come il luogo del nuovo Diluvio (anche qui: tante reminiscenze dell’Alluvione del ‘69), Firenze infine come la città natale di uno dei personaggi chiave, Alfredo, che è un po’ un mio alter-ego mignon (è alto poco più di un nano!).

Per parlare di ULTRA Festival, questo 2010 spero sia l’anno di un mio assoluto atto d’amore per la città: sto curando, assieme a un tostissimo comitato direttivo di scrittori trentenni, il primo festival letterario nazionale per Firenze, città sottotono come protagonista della letteratura italiana. Un festival inedito in Italia: composto da residenze di scrittori, poeti, cantautori e artisti elettronici legati all’arte della parola. Attorno alle quali generare una community reale e digitale, un social network su web e in carne ed ossa, fatto di presentazioni, dibatti, concerti e workshop. Sarà molto dura, ma sarà il primo esperimento, forse, di un ambiente 4.0. Ti anticipo il titolo di quest’anno (ogni anno avrà una tematica-titolo): La comunità ospitale. Spero sia chiaro l’intento e il dono, sia per i fiorentini che per i non fiorentini.

Sto poi lavorando ad un nuovo romanzo che avrà ambientazione fiorentina e toscana. Un lavoro di scavo sulla mia memoria, sulla memoria della mie scorribande alle porte del Chianti, a Firenze e nella sua provincia. Un romanzo senza database online, molto italiano, ma altrettanto avventuroso, non concentrato nostalgicamente sulle piccole storie dell’infanzia, su quell’incubo del domestico arcaizzante che abita oggi l’Italia. Dal mio piccolo, spero di poter contribuire a cancellare lo stigma contro l’avventuroso, pensato come ingenuo, frivolo, irresponsabile, esterofilo e addirittura paraletterario. Proponendo un avventuroso alto, non banale, che tenga di conto anche lo stile, e che sia cosmico, come ad esempio, il Pianeta Irritabile di Volponi o certe parti molto interessanti del Petrolio di Pasolini, o tutta l’idea di fondo, contratta, in Calvino. Siamo anche la nazione di Salgari, non solo quella di Fogazzaro. E, per tornare al mio DNA: nei miei geni ci trovo non solo Dante e Pratolini, ma anche Leonardo e Vespucci. Avremmo tanto bisogno in questo periodo, di allargare i confini: delle nostre menti, dei nostri spazi, delle nostre regioni. Di ritornare utopicamente una nazione che crede nell’Avventura poetica, non nel Confessionale fintamente sincero.

Considerato il progetto Nella Vasca, come definiresti l’attitudine al fantastico che la contraddistingue?
Forse ho risposto sopra: il fantastico è incluso in quell’allargamento dei confini. È un fantastico strutturale, alla Borges, ma anche un fantastico contenutistico, tra sovvertimento dei confini biotecnologici e realismo distopico di certa fantascienza. C’è anche però il fantastico classico dell’avventuroso, il picaresco sempre in corsa portato agli estremi, sporto verso l’ignoto e il sovrannaturale non mistificato. Mi piace il termine fantastorico, perché rende bene il bilanciamento tra volontà di rappresentare la storia (le storie) e di cambiarla, risolverla, nell’immaginazione. Non faccio però storiografia, né docufiction.

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