Da oggi su Carmilla, alcuni estratti da un romanzo americano

Città sommersa – I

Si presenta da oggi su Carmilla, il primo estratto da un romanzo work in progress, dal titolo Città sommersa.

Tre giovani cineasti italiani arrivano al Distrito Federal, Città del Messico, per tentare l’impossibile: realizzare un kolossal sulla Rivoluzione messicana. Senza budget, senza speranza, atterrano all’aeroporto della città nel momento esatto in cui scatta nella l’allarme per l’influenza AH1N1, incontrando da subito una megalopoli spettrale, post-apocalittica. La storia racconta della quarantena di realizzazione surreale del film, in cui potenzialmente ogni cittadino del Mostro è comparsa del kolossal senza confini, e assieme se stesso, coi suoi pregi e difetti. Il lento recuperare della vita e delle contraddizioni di una megalopoli nei confronti di un’epidemia (e forse calunnia) che blocca il tempo, si intreccia con il lento perdere coscienza dei tre italiani, verso la scoperta allucinata di un universo, nelle fogne della città, dove una città sommersa vive in parallelo alle vite sovrastanti.

Corazón Potëmkin

Un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia.
(Italo Calvino, Le città invisibili)

Vedi, in una pellicola troppo fragile per contenere il tutto, tra i refoli di pulviscolo che s’impennano voraci come bobine impazzite di questo kolossal sulla Rivoluzione, gli anarchici, liberali e minatori a Cananea, i loro volantini a brandelli. Alcuni di loro li hai già visti emaciati nelle notti infami di una tipografia clandestina, con l’inchiostro acido a ballare nello stomaco. E ora, calpestati da ranger americani e polizia della montagna senza istruzione, che si muovono coordinati, stracciando con gli stivali le vignette del giornale satirico El Hijo de El Ahuizote. Sono lugubri, tra il grigio dell’uniforme e il paglierino smorto dei sombrero.

Nel mezzo delle file, scorgi così uno sguardo acerbo e salvaguardato per qualche secondo, forse di minatore alludente prima di essere portato via, ma con un taglio di capelli troppo lungo, che ti strapazza lo stomaco, lo riduce come quei caratteri stracciati, spersi in un acciottolato battuto.

Concentrati su quella breccia. Ti restano, tra le mani, quei caratteri, presto si maturano e rimpastano, in una sovrapposizione, si fanno rotondi e umanisti, nell’Ateneo della Gioventù. I giovani intellettuali messicani stanno lì intenti ad odorare i classici greci. C’è un naso odorante, tra le coste di un libro, curato, senza peli, forse di Vasconcelos, mentre altri di loro, attorno a un tavolo in marmo di una rigogliosa selva, soppesano l’uomo messicano con il vitruviano, grattando dei fogli con dei compassi. Hanno i tic dei filosofi e letterati, spasmi come quelli che fanno ai festival estivi. Mentre orchidee, glicini e cactus esplodono a ripetizione nel loro eden domestico, questo lo scopri sorvegliato da busti fidiani. E dietro ad un busto, zampillano le piume di un azteco, viola, verdi e rosse. E sotto le piume, eccoti ancora quello sguardo, ma più strutturato, tagliato, che pare dirti: ti ho già in pugno, chiunque tu sia. L’immagine è difficile da scacciare dalla retina, lo sai da subito.

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[STAMPA L’ESTRATTO]

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