A breve su Nuova Prosa, “La strategia dei nostri oggetti paterni”.

Estratto-anticipazione dal racconto La strategia dei nostri oggetti paterni che uscirà a brevissimo nel numero 53 della rivista Nuova Prosa.

Ed eccoci di nuovo, il lupo bianco, la giraffa collezionista e il trogone splendido splendente di Rogoredo, che sbuffiamo stipati nel sedile posteriore nella vecchia Rover impeccabile di famiglia, con i sedili in pelle. La Rover blu che precede l’organetto di nostro padre, nel carro funebre tedesco che ci segue, il lamento piatto di nostro padre che sobbalza e si modula sulle buche dell’asfalto. Ricordo ancora la scarica di botte della governante dopo che Riccardo aveva intagliato con un coltellino le sue iniziali, nome e cognome, R. S., sul lato destro della pelle marrone della Rover. Ce l’ho ora sotto la mano le sue iniziali, R. e S. È incredibile come un’auto possa durare tutti questi anni, si parla di quasi quarant’anni, tra lucidature, cambi di carrozzeria e motore, scariche di schiaffi polacchi eccetera. E questo intaglio di mio fratello eppure é ancora qui, impresso dalle botte della governate mandata a azionarsi da mio padre. Forse è per questo che Riccardo, e la sua testa esotica, si dimenano più di me e Sara, stipati qua dietro, come cresciuti venticinque anni fa all’improvviso, esplosi durante una di quelle gitarelle domenicali in montagna, su fino all’Abetone. Noi tre dietro, papà e la governante con Federico sulla gambe davanti, che si andava a mangiare gelato confezionato in una baita di bassa quota che puzza di sottobosco, con nostro padre che ci guarda come fossimo quattro piantine e lui il giardiniere che deve inventarsi qualcosa per non farle marcire, magari pure rompere qualche ramo, per raddrizzarle.

La carovana prosegue, con i tre animali gonfiati che sgomitano dentro la Rover d’epoca, che tutti guardano passare e nella quale si specchiano, come sfilasse la famiglia Kennedy in lutto, e ognuno vedesse la speranza di cambiamento infranta in quel vetro oscurato, vedendo la disdetta nelle loro lacrime scorrere su quella superficie perlacea. E questa è stata la funzione irreale della nostra famiglia irreale per Fiesole: la loro famiglia Kennedy, sulla quale ridere e piangere, scommettere e perdere. Che con il semplice carisma del capofamiglia poteva risollevare le sorti di un bilancio comunale in crisi. Nonostante quei tre figli… Noi, tre figli, con le maschere in testa. Una che si è fatta conoscere in gioventù per le sue scappatelle metodiche, tanto da meritare vari epiteti giù per la vallata. E due artisti acerbi, ovvero due precoci disperati un po’ arroganti: un pittore mancato che vende scatole trasparenti d’acquerelli per i bambini dell’asilo pubblico di Rogoredo, un tardone scultore da poco sganciato dalle Politiche Giovanili e annaspante tra le Biennali più futili della Penisola. Che non sa rifarsi il letto, e se lo deve far rifare da una governante pagata dal padre morto. Una governante che, una mattina, gli prende meticolosamente con un metro da sarto le misure del cranio. Meno male, penserà la gente, quell’altro s’è immerso e eclissato nella vasche olimpioniche giapponesi.

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