Un racconto nell’antologia “Raccontare la periferia” (Polistampa, marzo 2010)

È in uscita l’antologia “Raccontare la periferia” del Gabinetto Vieusseux di Firenze, a cura di Maurizio Bossi. Nell’antologia si trovano i racconti premiati che hanno concorso alla terza edizione del III premio «Raccontare la periferia». Tra questi, Mentre dormivamo, piccola parte del mio romanzo inedito Nella vasca dei terribili piranha. Ecco qui un estratto:

La frana è già compiuta. Si tratta di scuotersi la terra di dosso, drizzarsi facendo leva sulle ginocchia, e attaccare a deambulare. Nella notte ancora qualche frammento colpisce in viso venendo giù  nella sua isterica discesa. Nel velodromo della testa, annebbiata dal poco sonno, è come se un potente bolide sull’Autostrada del Sole avesse perso un bullone della sua struttura lustrata, e questo fosse andato a picchiettare, bucando il silenzio, sul pannello di insonorizzazione che separa il frusciare delle auto dal condominio dove si riposa. Il bolide si sciancherà, inoltratosi nelle luci viola dell’alba, c’è ancora qualche ora per godersi l’ebbrezza prima che la carena si frantumi, anch’essa, come il resto. Ma il sonno, dall’altro lato di quel pannello, è compromesso.

Alfredo si aggrappa alla sveglia, goffamente la scaglia sulla scrivania. Si avvolge nelle coperte quasi a perdere l’uso delle braccia compresse in quel sarcofago nero di plaid. La luce del led storto, adesso sulla tastiera ergonomica del computer, segnala che la rivelazione arriverà tra una mese. Risvegliarsi ultimamente è un rimandare, è un rovesciare la palpebra pallida contro quel pannello azzurro che lo separa dall’autostrada. Alfredo rimanda così le ultime consuetudini: il risuonare ottuso delle nocche di sua mamma in pigiama davanti alla porta di camera, che si è svegliata da qualche ora tutta rabberciata per bruciare pane raffermo e ottenere garanzie sulla sua condotta in scialbi talk show televisivi, dove sono tutti già pronti di primo mattino ad incazzarsi e farsi rossi come peperoni. Suo padre che tiene l’acqua aperta in bagno allagando il lavandino di peli neri, schiuma da barba e altre sostanze oleose indecifrabili, mentre fischietta una nenia tropicale dei Genesis, con l’asciugamano cortissimo sui lombi, il baffo tagliato storto senza speranza di redenzione. Sua sorella che dorme quieta, con gli occhi irritati da malata terminale per via della struccatura della sera prima, distesa tra i poster di Kim Ki Duk e l’oggettistica di alcuni monasteri liberali, mentre il suo ragazzo fa levatacce infauste nel giaciglio di peli di cane che si può consentire in salotto. Scatta sull’attenti all’avvento della madre, in un legame che si forma istantaneo come volontariamente cameratesco.

C’è  ancora un mese che lo separa dalla rivelazione. C’è qualcosa oltre la frana? E, soprattutto, è possibile disincagliarsi dalle macerie fino in fondo, sottrarsi anche al minimo frammento? Anche alla patina soporifera sugli oggetti inerti che ogni giorno accompagna la presenza di quella frana inamovibile e polverosa? Alfredo libera la tapparella scrutandosi dall’altra parte della barricata: magari vede un po’ più grasso, o forse un po’ più slanciato e meno bianchiccio, che rilascia un’identica tapparella arrugginita, incastonato in una parete interminabile, un filotto di tapparelle semiaperte che si mangiano la visuale del cielo plumbeo come plexiglas. Vede un tizio che apre come lui la finestra, grattandosi la pancia, investito da un refolo di aria ghiaccia furtiva che entra nella camera, un’acre camera a gas di umori notturni. Uno che si stropiccia le mutande, che si infila gli stretti calzoni nero lucido, saltellando su una gamba sola, che si scuote i pochi capelli lunghi sul dietro, testando la forfora, che fa scrocchiare la cervice davanti allo specchio, che schiarisce la voce per un saluto sottotono, che scosta la sedia in cucina e ci si siede ingobbito per fare colazione.

Durante la frana si è un po’ tutti uguali, pensa Alfredo, in quel filotto. Moltiplicati per cento nel quartiere: la differenza è una variazione, pura variazione di tono, di pennelli, ma la matrice è identica. Muoversi nella vita agiata di sempre in una atmosfera disastrata, dove l’allarme è già suonato e la frana persiste, ti porta a mimare per cautelarti i comportamenti altrui e tutto questo si ritualizza. E quel rito è lo slittare eterno, saltellando giù per la frana, cercando dei punti meno scoscesi, magari dei ripari, ma continuando senza sosta, giù, un balzo, e giù. Un pannello d’insonorizzazione separa ancora questo rito del quartiere dallo schianto del bolide dalla carena scintillante, che viaggia idealmente lì dietro, parallelo ai giorni e alle notti.

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